Buon Compleanno amicone!!!! Per ora il video(visto i tuoi gusti) dopo………

Un video per dirti auguri, visto che conosco i tuoi gusti, il resto dopo! Venedi sera si va a sentire musica dal vivo, sempre che di concerti non ce ne siano!!!
Tanto paghi tu. Un concerto veramente bello che ho visto tempo fa’, furono i Pearl Jam GRANDI!!!
Ah1 Dimenticavo, il regalo che ho fatto al mio amico, pero’…..SSSSSSSSSSSSSSSSsssssssssssssssssssssssssssssssssssss…………………..Un bel bootleg targato “Mistifs
ma zitti mi raccomando………..


Ciao a tutti, scusate ma sta sera (per chi legge ….sempre che ci sia qualcuno!) non
ho propio tempo, ne di rispondere, perche’ l’ho fatto in maniera afrettata, ma l’educazione mi dice che….
Comunque spero che questo pezzo di N.I.Nails vi piacia lo dedico ad un mio amico che oggi compie 32 anni,e poi lo dedico a quei pochi che passano di qui’,
ciao, con affetto, posso capire che non tutti apprezzano questa musica, infatti non ha niente di ,melodico e’ molto frastornante e bisogna riuscire a capirla per giudicarla, io le prime volte quando me la cacciava nello stereo lo rovinavo d’insulti, poi col tempo ha vinto lui, e mi sono iniziati a piacere, ma erano agli inizi propio agli inizi
fly.

PS:Non ho paura di parole mal impostate, o spammer, dunque ho deciso di lasciare libero il commento, non devi dire nemmeno il tuo nome (anche se lo gradirei, sopratutto per rispondere, giusto anche per educazione) e se, vi va inoltre di darmi un consiglio per il blog, ve ne sarei grato, ne e’ avrei bisogno, magari visto da visitatore fa schifo, e io non me ne rendo conto.
Ad ogni caso grazie millissime, da MAX, o Massimiliano.

Naturalmente, se c’e’ qualcosa che non vi piace, un colore, un post, un idea, non so’, ditemelo….ce ne vuole per offendermi, finche’ son critiche costruttive benvengano.(qualcuno un tempo diceva…non ha importanza se si ricordano di te’ per cio’ che hai fatto di male, o di bene, l’importante e’ che si ricordino di te! CAZZATA – Ma chi ha detto una cagata simile?
Qualcuno lo sa?
Non e’ flam!!
Ciao buona notte Max.

Ribattezzato “Mister Autodistruzione”, Trent Reznor ha creato con i suoi Nine Inch Nails una delle più innovative e violente creature musicali degli anni 90, donando all’industrial la sensibilità dei cantautori più introspettivi e le nevrosi dei rocker maledetti

Qualcosina in piu’!

Trent Reznor è una delle figure-chiave del rock anni Novanta. L’artista che ha saputo unire la poesia dei songwriter più introspettivo, la nevrosi del rocker maledetto, le pulsioni distruttive della musica industriale. Con Reznor la musica industriale è giunta alla sua più compiuta e definitiva ibridazione con il rock, completando il percorso intrapreso dai Ministry: e Reznor stesso incarna il punto di incontro perfetto tra il produttore, manipolatore e costruttore di suoni “artificiali” e il musicista rock, con tutta la sua sensibilità poetica, la sua energia, il suo impatto puramente “fisico” diretto, senza mezzi termini, a esprimere un lancinante “mal di vivere”. Più di tutto Reznor possiede la qualità che manca a pressoché tutti i maestri della musica industriale: il talento melodico, una reale capacità di scrivere canzoni memorabili.
Reznor ha affinato le sue armi attraverso una produzione discografica che, nello spazio di quindici anni, ha dato vita a: 3 dischi (di cui uno doppio), 1 Ep, 3 album di remix e 1 live ufficiale. Pochissimo se si pensa alla produzione media della maggior parte delle band industriali: e se si pensa invece al rock, Reznor rappresenta ancora di più una clamorosa eccezione: in un mercato sempre più frenetico chi altri, tra gli artisti di successo, avrebbe il coraggio di far passare 5 anni tra un disco e l’altro? Una anti-rockstar, diventato, quasi suo malgrado, un punto di riferimento imprescindibile di tutto un movimento musicale, tanto per chi lo ha preceduto, quanto per chi lo ha seguito. Una rockstar che fa dell’autolesionismo il suo credo (e non solo nei testi, ma anche nei video e soprattutto nelle spericolate performance dal vivo); un produttore capace di trasformare in fenomeno di massa tanto la sua musica quanto quella di un personaggio come Marilyn Manson; un “fragile” e sensibile cantautore. Ma prima di diventare tutto questo, Trent Reznor è stato quanto di più lontano si può immaginare dall’indemoniato “one-man-band” dei Nine Inch Nails.
Qualcosa di Nine Inch Nail un po’ meno leggero,
ma non ancora in stile Ministry!

Nato nel 1965, a Mercer, sperduta cittadina della Pennsylvania, a soli cinque anni Reznor si scopre – o meglio viene scoperto – precoce talento al pianoforte. Un enfant prodige la cui infanzia è stata divisa tra la musica di Mozart, gli insegnanti, le prove e i concerti, e segnata dal difficile rapporto con i genitori (a occuparsi seriamente di Trent è praticamente la sola nonna materna), i quali divorziano dopo pochi anni: ma più che dal pianoforte, progressivamente abbandonato, il giovane Reznor è affascinato dall’elettronica, e andatosene dalla sua piccola città, trasferitosi a Cleveland, Ohio, comincia a muovere i primi passi nella scena underground della città, militando in diverse band. In una di queste, gli Exotic Birds, incontra il batterista Chris Vrenna, che diventa in breve il suo amico più intimo, e nel frattempo trova anche lavoro negli studi Right Track, dove ha la possibilità di imparare le tecniche di registrazione, produzione, mixaggio e manipolazione sonora.

NINE INCH NAILS
La vecchia fabbrica di noci di mr. Autodistruzione
di Mauro Roma

È così che nel 1988 inizia a registrare canzoni da lui interamente scritte, arrangiate ed eseguite, nascondendosi dietro la sigla Nine Inch Nails: inizialmente è aiutato solo dagli amici Vrenna e Richard Patrick (chitarrista, poi fondatore dei Filter), ma in seconda battuta le canzoni vengono rivedute e corrette insieme a pezzi da novanta come Flood, Keith Leblanc e Adrian Sherwood, oltre a venire ri-registrate e remixate a Londra con l’apporto di John Fryer, famoso per il suo lavoro con il progetto This Mortal Coil (citato da Reznor come fonte di ispirazione, insieme anche ad artisti come Jane’s Addiction, Prince e Public Enemy). Nel 1989 Nine Inch Nails fa il suo esordio sul mercato discografico con il singolo “Down In It”, preludio al primo album Pretty Hate Machine. Pubblicato dall’etichetta indipendente Tvt, ma distribuito dalla ben più potente Island Records, l’album diventa un vero e proprio cult nella scena industrial-rock del periodo. Pur risentendo ancora fortemente dell’influenza dei sovrani (allora) incontrastati del genere, i Ministry, l’opera prima del ventiquattrenne Reznor presenta un musicista “tuttofare” dalla personalità debordante, capace di mimetizzarsi dietro partiture che rimandano ora all’hip-hop (è il caso del singolo “Down In It”), o di annegare in soffocanti atmosfere “dark” (ed è il caso di pezzi come la minacciosa “Sanctified” – fin troppo memore però della “Cannibal Song” dei Ministry – e la tragica “Terrible Lie”), ma anche di esaltarsi in trascinanti danze che diventano immediatamente il fiore all’occhiello delle discoteche alternative (il secondo singolo “Head Like A Hole” e soprattutto “Sin”, il primo vero capolavoro di Reznor, che sarebbe un synth-pop melodico se non fosse sfigurato da break nevrotici e mostruose accelerazioni sempre più violente e distorte). La qualità superiore di Reznor è ancora nascosta da un approccio fondamentalmente industrial-dance, ma le sue doti di cantautore emergono nel brano più suggestivo, “Something I Can Never Have”, inquietante ballata per sola voce, piano e rumori di fondo.

Sospendo un attimo il commento per chiederti,
hai mai visto il video di Nine Inch con David Bowie?
Guardalo e’ bello!!!

Negli anni successivi il passaparola sul disco lo spinge fino a diventare triplo disco di platino: l’abrasivo rock elettronico di Nine Inch Nails diventa gradualmente un fenomeno quasi mainstream (qualche anno dopo Pretty Hate Machine verrà incluso persino dal Rolling Stone nei “200 dischi fondamentali del rock”), mentre l’attività live di Reznor si fa intensa. E si svelano qui le due facce di Nine Inch Nails: “one-man-band” su disco, scatenata rock-band sul palco (con Reznor ci sono il chitarrista Richard Patrick, più la sezione ritmica formata da James Woolley e Jeff Ward). L’attività live influenza non poco il sound di Reznor, che slitta verso dinamiche e strutture decisamente più “rock”, relegando in secondo piano l’elettronica, sull’Ep Broken, uscito nel 1992. Solo un Ep, causa dissidi con l’etichetta Tvt (Reznor nel frattempo ha anche creato una propria label, la Nothing Records), con sei pezzi, alcuni dei quali autentici classici (“Wish” e “Happiness in Slavery”, accompagnata quest’ultima da un contestatissimo videoclip), ma nonostante la grande classe di Reznor come songwriter, anche nei momenti più violenti (“Gave Up”) e lo straordinario lavoro sul suono, l’Ep evidenzia debiti decisamente ingombranti verso i Ministry: solo “Happiness in Slavery”, un accumulo di ritmi, breaks, urla e riff violentissimi, tra i quali si fa largo però un orecchiabilissimo ritornello synth-pop, suona davvero personale, e diventa non a caso un nuovo successo nelle discoteche e nelle chart alternative.

[youtubehttp://www.youtube.com/watch?v=n5MS7abmIfw]

Broken è accompagnato da un altro Ep, Fixed, con remix a cura, tra gli altri, di Flood, Adrian Sherwood e Butch Vig.

Un album interessante ma ancora poco incisivo, utile come base di partenza, un Ep gradevole ma poco personale: tanto è bastato a Reznor per creare un’attesa spasmodica intorno a ogni sua nuova mossa. Le voci che circolano intorno alla sua attività nel 1994 fanno sensazione: Reznor ha allestito uno studio nella villa di Beverly Hills dove nel 1969 dei seguaci di Charles Manson assassinarono l’attrice Sharon Tate; Reznor si fa talent-scout e imprenditore musicale di successo, producendo e promuovendo (garantendo così il successo e confermando la sua fama di re Mida del rock underground americano) il disco di una sconosciuta band della Florida la cui musica e i cui show all’insegna di un grezzo, banale e truculento cabaret della provocazione, guidata dal carisma satanico e dalla furbizia scenografica di Brian Warner alias “Marilyn Manson”, scandalizzano da subito il pubblico.
Ma soprattutto, nel maggio del 1994 (un mese dopo il suicidio di Kurt Cobain), Reznor pubblica il suo secondo disco, la sua opera definitiva, il punto d’arrivo (e ripartenza) del rock industriale. Il concept The Downward Spiral, straordinario monumento che assimila tutta la coscienza “sporca” della sua epoca: Reznor segue il percorso infernale del suo lato più instabile e psicotico, un alter-ego eloquentemente ribattezzato “Mr.Self Destruct” nella spirale della follia, dell’auto-annientamento, della violenza e della rabbia. All’insegna di fantasie di dominazione sessuale (“Piggy”, “Closer” e soprattutto la strepitosa “Big Man With a Gun”), di malevoli attacchi al “sistema” (“Heresy”, “March Of The Pigs”) e di auto-analisi carica di lancinante, disperata frustrazione ogni volta che il personaggio fa i conti con la sua personale realtà (“The Becoming”- forse il capolavoro – la raffinata suite “Ruiner”, e l’apice tragico “Eraser”), l’album è un cammino pressoché incessante tra ritmi martellanti, battiti pesantissimi e chitarre distorte all’inverosimile, fino a compiersi nella fantasia suicida della title-track e alla spiazzante mossa finale, la ballata acustica “Hurt”, che è vera catarsi, presa di coscienza di sé stessi attraverso la sofferenza, nonché una canzone emozionante come poche altre (verrà coverizzata anni dopo da Johnny Cash in una versione forse ancora più toccante, e ripresa molte volte dal vivo da David Bowie, artista che condivide con Reznor stima e influenza reciproca – ascoltare “Outside” (1995) di Bowie per credere – e con il quale i Nine Inch Nails suoneranno più volte dal vivo). Il capolavoro di Reznor è compiuto: scrollatosi di dosso l’ombra dei “maestri” Ministry (che anzi, proprio a partire da qui, vanno in crisi di idee e di contenuti), guadagnatosi il rispetto del rock tutto (oltre al già citato Bowie, va ricordato doverosamente Adrian Belew, chitarrista e frontman dei King Crimson, che suona molte delle parti di chitarra dell’album), e confermato il successo commerciale (5 milioni di copie vendute), senza aver ceduto anche solo minimamente ai compromessi del music-business, il musicista di Cleveland ha anche realizzato l’opera che più di ogni altra cattura l’immaginario “oscuro” del suo tempo: il sensazionalismo e lo spettacolo della violenza e del sesso (quanto fa presa un disco simile nell’epoca in cui i serial-killer diventano moda!); tutto il cinismo e l’autolesionismo tipico dell’immaginario dei milioni di giovani appena rimasti orfani di Cobain, che con Reznor diventano improvvisamente “adulti”; in più, e cosa che più conta, la “Spirale” è un’opera musicale straordinaria per varietà, fantasia e compattezza sonora, minuziosamente cesellata insieme a maghi del mixer come Flood e Alan Moulder.
Strepitosa è anche l’opera di “approfondimento”, l’album di remix Further Down The Spiral (1995): maghi della manipolazione sonora come i Coil, l’amico Charlie Clouser (che è il tastierista live di Reznor) e il maestro J. G. Thirlwell (alias Foetus) accentuano il versante elettronico dell’opera maggiore senza perdere nulla del suo impatto e della sua suggestione: memorabili in particolare un’accorata versione live di “Hurt” e la sinfonia industriale “At The Heart Of It All”, creata per l’occasione da Aphex Twin.
Gli anni che seguono sono però difficili sia dal punto di vista personale che professionale: un tour mondiale che impegna per quasi due anni Reznor e la sua band (Robin Finck, chitarra – Danny Lohner, basso – Charlie Clouser, tastiere – Chris Vrenna, batteria), e soprattutto la pressione soffocante dei mass-media (dura prova, per lui, essere uno dei personaggi più chiacchierati – anzi “spettegolati” – d’America) portano Reznor sull’orlo del collasso nervoso. Nel 1997, dopo il successo del disco “Antichrist Superstar”, si interrompe il suo felice rapporto di collaborazione e amicizia con Marilyn Manson, ormai diventato una superstar che con la sua pochezza fatta apposta per Mtv eclissa in un batter d’occhio la fama del suo pigmalione; l’anno successivo anche l’amico Chris Vrenna abbandona il progetto (e nel 2000 farà lo stesso il tastierista Charlie Clouser). Abbandonato dagli amici più fidati, incapace di dar seguito al suo capolavoro (l’unica testimonianza sonora dei Nine Inch Nails nel frattempo è, nel 1997, il mediocre singolo “The Perfect Drug”, per la soundtrack – da lui stesso curata – del film “Lost Highway” di David Lynch), Reznor reagisce chiudendosi negli studi ultra-tecnologici allestiti a casa sua, nella nuova residenza di New Orleans.

Lavorando per mesi, raccogliendo i pezzi della sua crisi personale, chiamando a raccolta tutti i suoi rancori, le sue paranoie e i suoi fantasmi, Reznor compone decine di brani, lasciandosi andare a un vero tour de force. L’idea, dato il blocco creativo, era di pubblicare un disco di 8-10 brani, gran parte dei quali strumentali: “e ho fallito, fallito completamente” dice Reznor. Già perché dall’immane lavoro in studio (con al fianco il grandioso Alan Moulder) quello che esce è il colossale doppio album The Fragile (1999), album gigantesco eppure spaventosamente intimo e personale: Reznor si mette in gioco senza remore, non ha paura di lasciare andare la sua musica alla deriva attraverso gli stili più disparati (e come per ogni doppio album che si rispetti anche il principale, forse unico, difetto di The Fragile è quello di mettere troppa carne al fuoco), disinteressato di andare contro le aspettative di chi “si aspettava un Downward Spiral 2” o di chi gli chiedeva di salvare il rock dalla qualità infima dei suoi innumerevoli imitatori, in primis Mr. Manson.
Nel primo disco Reznor si abbandona totalmente alla sua ispirazione, partendo dalla violenza bestiale della “Spirale” (la minacciosa “The Wretched” e soprattutto l’eccezionale opening-track “Somewhat Damaged”, che esorcizza la crisi appena trascorsa in un crescendo memorabile) e approdando a canzoni grandiose e atmosferiche come “The Day the World Went Away” (che richiama la melodia di “Hey Jude” con tanto di coro finale, immergendola però in una assordante “orchestra” di chitarre distorte), il singolo “We’re In This Together” (splendida rock-song sulla “dipendenza. dipendenza da tutto, dipendenza dalle cose e dalle persone”) e la straordinaria title-track, semplicemente una ballata tra le più belle che il rock abbia regalato negli ultimi anni, impreziosita da un assolo da brividi. Reznor si dimostra anche grande “direttore d’orchestra”, nella folgorante mini-suite strumentale “Just Like You Imagined”, un vero studio su un rock al tempo stesso “artificiale” e “sinfonico”: brano incredibile, di straordinario respiro, un tripudio di fantasia e libertà creativa, resa ancor più indimenticabile dal preziosissimo apporto di Adrian Belew.

Ma in tutti questi brani così eterogenei, Reznor riesce a mantenere intatta l’impronta di fondo, il suo “industrial-rock” è sempre lì, in primissimo piano, nelle manipolazioni del suono, nei ritmi elettronici, nella violenza liberatoria. Gradualmente il disco si fa sempre più intimo e raccolto fino a sfociare nella tenue e visionaria meraviglia che è “La Mer” e nella drammatica aria quasi new age di “The Great Below”.

Inizia così il secondo disco che, coerentemente, è tutto imploso, dove tutta la “fragilità” che Reznor ha esploso, urlato e messo a nudo nella prima parte, entra in collisione con l’instabilità della sua personalità.

Ma non c’è più bisogno delle fantasie omicide del passato: bastano i suoni, soffocanti e contraffatti, e bastano le atmosfere, sempre più criptiche, oscure, malate. “Decay”, disfacimento, è parola che ricorre spessissimo nei testi: è di questo che parla Reznor: di raccogliere i pezzi della propria vita e incollarli per vedere che al di là c’è solo disfacimento, invecchiamento, altra sofferenza: ma ora la depressione è, se non superata, almeno interiorizzata: l’artista tormentato, si scopre uomo maturo, ha trovato un equilibrio che nemmeno sognava di poter trovare solo qualche anno prima. “Mr.Self Destruct” non esiste più: il nuovo brano- manifesto si chiama “The Way Out Is Through”: affrontata la crisi, la depressione, la solitudine, si trova la via d’uscita, che non è la guarigione ma l’accettazione e la consapevolezza di sé: “Ripe (With Decay)” è l’ultimo brano, bizzaro collage strumentale che termina la gigantesca opera su note di sommessa inquietudine. Così Reznor commenta il disco: “Invece di cercare di analizzare ciò che creavo, l’ho semplicemente lasciato fluire per vedere che cosa saltava fuori. Si trattava semplicemente di non avere mai timori e alla fine mi sono sentito veramente liberato”.

L’abituale disco di remix, Things Falling Apart (2000), è trascurabile

Con la sua agguerrita band al suo fianco (Vrenna è stato rimpiazzato con il fenomenale Jerome Dillon) questo nuovo, “maturo” Reznor si imbarca nel nuovo tour mondiale, il “Fragility Tour”, dal quale viene tratto il disco + Dvd live And All That Could Have Been (2002) al quale è associato Still, un album di inediti e versioni alternative: tra gli inediti, bellissime in particolare proprio “And All That Could Have Been” e le strumentali “Leaving Hope” (quasi ambient) e “The Persistance of Loss” (un raffinatissimo adagio da camera); tra le alternate-version, spicca una dilatatissima e straniante esecuzione di “The Day The World Went Away”.

Artista complesso e geniale, coraggioso e disturbante, di importanza capitale per il rock contemporaneo, Reznor incarna l’antieroe per eccellenza, il simbolo dell’anti-rockstar anni Novanta, dell’artista di “rottura”, contro tutto e contro tutti, specie contro sé stesso: la sua è la battaglia di una vita, una battaglia vinta con la sola forza del suo talento.

“Mi sono seduto. Mi sono guardato allo specchio. Ho cercato di ricordare che la musica è l’unica cosa che mi ha salvato in passato. Probabilmente se non fosse per la mia carriera con i Nine Inch Nails oggi non sarei più a questo mondo. La mia musica mi ha fatto sentire indispensabile, unico”. Esatto! Unico, sotto tutti i punti di vista.

Nel 2005, a sei anni da The Fragile, esce un nuovo album, intitolato With Teeth.

Delle innumerevoli strade esplorate in Fragile, Reznor sceglie di approfondire quelle che già in quel disco diedero risultati memorabili in brani come “We’re In This Together”, “The Day The World Went Away” o “The Fragile”. Sceglie di tuffarsi in strutture dirette e meno complesse, che diano risalto a voce, parole, melodie, ritornelli come forse mai aveva osato fare finora. Senza rinunciare ad alcuno dei marchi di fabbrica del Nine Inch Nails sound, Reznor confeziona finalmente ciò verso cui tendeva da sempre la sua arte: confeziona una raccolta di canzoni. E basta.
Perché se qualcosa di With Teeth colpisce, è proprio il suo essere un disco fatto prima di tutto di melodie, di quelle melodie oblique eppure accattivanti di cui Reznor è sempre stato maestro. Ed è un disco sconsolato e intimista: Reznor sembra guardarsi attorno e vedere solo vuoto, distanza, solitudine: non serve più fare ricorso alla violenza, se non in episodi isolati come “You Know What You Are” e, in misura minore, “Getting Smaller”; non servono più catartici flussi di coscienza. Quello che si agita tra le righe del disco è un Reznor forse finalmente in pace con sé stesso, ma per nulla pacificato con il mondo che lo circonda. Ma non c’è più nemmeno rabbia: sembrano esserci solo un sottile e distaccato sconforto, ci sono rimpianti e riflessioni dolorose (su tutte la struggente “Right Where It Belongs”).
È un Reznor che si guarda indietro, che guarda a un passato anche lontano (“Only” arriva dritta dagli anni Ottanta senza il minimo tentativo di “modernizzazione”, ma è pure uno degli episodi meno convincenti del disco insieme al debole singolo “The Hand That Feeds”, mentre l’operazione-nostalgia riesce meglio in “Sunspots”), alla ricerca di un rifugio sicuro. E Reznor è sempre stato prima di tutto un cantautore nel senso più classico del termine: questa sua anima esce finalmente allo scoperto ed ecco allora che l’iniziale “All The Love In The World”, che parte in sordina con voce e melodia trincerate dietro un guardingo drum ‘n bass, prende via via coraggio e si trasforma in un coro cadenzato che più pop non si può. Ed ecco soprattutto autentici gioielli come la trascinante “The Collector” e come, soprattutto, “Every Day Is Exactly The Same”, che col suo immediatissimo ritornello e un crescendo emotivo come solo Reznor sa fare, rappresenta meglio di ogni altro pezzo il tono dell’album.
Se nella parte centrale Reznor tradisce qua e là dei vuoti di ispirazione, gli episodi conclusivi dell’album si collocano su livelli degni dei vecchi capolavori: “The Line Begins To Blur”, strofa acida e pesante che si distende in un ritornello epico e sconsolato: da manuale; “Beside You In Time”, un incantesimo: Reznor sussurra una ninna nanna, e il mixer la annega in un oceano di feedback deformati, reiterati, sfibranti, fino all’esplosione finale, ancora più ovattata e onirica. E dalle sue ceneri prende vita la già citata “Right Where It Belongs”, intensa, disperata confessione degna erede della mitica “Hurt”, con uno dei testi più belli mai scritti da Reznor.
Alla fine, con Reznor tornato a chiudersi nella sua “Home”, eccoci qui storditi da sensazioni contrastanti: c’è, inutile negarlo, una punta di delusione, ma perché dopo tanti anni ormai troppo alte erano le aspettative, e perché in ogni caso l’ispirazione e la fantasia del nostro non sono più al 100 per cento. With Teeth è nulla più che l’opera minore di un artista superiore.

Questo video invece e’ frutto dell’esperienza di David Bowie e Nails,
vi invito a guardarlo, questo e’ puro industrial, anche se con tecniche molto diverse da quelle che usa Nails con the Ministry, non a caso il secondo o primo interprete e vaia sapere di chi sono le musiche,
visto che David si autoproduce, vedi Placebo mentre Nails non so’ se sia gia’ a quei livelli con la musica che fa’.
Intendo”musica che fa’” nel senso che di commerciale non ce’e propio nulla, e in america e’ difficile mantenersi fedeli al propio genere,
David che cacchio glie ne frega di fare un pezzo industrial che e’ fuori dai suoi standart, a lui e’ sempre piaciuto cambiare,
se solo penso a quel pezzo che cantaca nel film Cristiana.F, ora mi sfugge.. a si
il titolo e’ “Heroes”, l’ho anche trovata, poi se vi va’, ditemi se vi piace o no’
questa e’ vecchia, ed e’ quella originale anni 80′

Mentre questa, l’ha fatta qualche anno fa’,
……………….sempre in forma boia de’!!!!!!!!!!!!!!!

Buonanotte a tutti, vado che domattina alle 6, 6:15 devo esse’ ritto!!!

~ di maxfjster su 30 novembre 2006.

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