Come inserire le tue prodezze di giochi su youtube

•9 marzo 2011 • Lascia un commento
Un sistema gratuito per fare brevi video e caricarli su youtube.
1- Programma per catturare video, immagini e fare i banchmarks (programma specializzato per i frame della vostra GPU)

Informazioni sul programma-

“Registra le tue azioni di gioco più memorabili”
Con Fraps puoi registrare facilmente tutto quello che accade sullo schermo del tuo PC. Utile se crei tutorial o recensioni di programmi o se vuoi immortalare le tue gesta ai videogiochi

Non dirmi che non ti è mai venuta voglia di registrare un goal spettacolare che sei riuscito a compiere o come sei alla fine stato capace di uccidere il mostro più temibile nel tuo videogame preferito, per poi vantartene pubblicamente. Non ti credo. Ammetti la tua vanità e la prossima volta assecondala usando un programma come Fraps.

Fraps ti permette di creare screenshot e filmati di tutti gli eventi audio e video che avvengono sullo schermo del tuo PC. Fraps può quindi essere usato non solo per i videogame, ma anche per elaborare tutorial e riprese di altri programmi. I filmati possono essere registrati con risoluzioni pienamente configurabili, supportando un massimo di 2560 X 1600 pixel e di 100 frame per secondo. Tuttavia hanno il difetto di essere spesso molto pesanti (secondo le impostazioni). Gli screenshot invece sono salvati in formato BMP (esclusivamente questo nella versione di prova), PNG o TGA. Per ottenerli basta premere un tasto, senza alcun bisogno di incollarli in programmi di grafica: Fraps automaticamente dà loro un nome e una data.

In più, in quanto programma di benchmark, Fraps analizza la performance grafica del tuo computer, mostrandoti in un angolo del desktop una finestra contenente informazioni riguardo alla frequenza delle immagini che compongono il videogame a cui stai giocando. Potrai anche salvare le statistiche per adoperarle nei tuoi articoli, ad esempio. Fraps è affidabile, ampiamente configurabile e ti permette di ottenere video di ottima qualità. Tuttavia, se il tuo scopo è semplicemente catturare ciò che accade sullo schermo del tuo PC, ti consiglio di provare qualche altro programma simile, come Camtasia Studio, che salva i filmati anche in Flash, garantendo una dimensione più ridotta del file.
Pro

* Alta qualità dei video
* Ottimo per i videogiochi
* Ottieni anche informazioni di benchmark
* Facile da usare
* Ampiamente configurabile

Contro

* Rallenta la velocità di alcuni giochi
* I video registrati sono molto pesanti (ecco il motivo per scaricare un convertitore video)

di Sebina Pulvirenti su FRAPS

SCARICA FRAPS Demo.
SCARICA FRAPS FREE.
La differenza tra la demo o versione a pagamento e la free e’ sostanzialmente una, la durata dei video che potremo ottenere.
Con la versione free avremo gia’ abbastanza per capire l’utilita’ del programma.
Naturalmente ce ne sono molti ma Fraps lo conosco e l’ho usato parecchio, ecco il motivo per cui ve lo consiglio.
E’ chiaro, non metto in dubbio che ce ne siano di migliori ma in versioni free (gratis) e’ uno tra i piu’ usati propio per le sue caratteristiche (Cattura framerate, video e immagini oltre al benchmark)

2 – Programma per convertire i video di Fraps (Fraps, AVI) in formati piu’ leggeri.
Il programma permette di fare molto altro, come convertire formati immagine e creare o modificare i vostri video in molte tra i piu’ comuni codec (da quelli AVI a quelli piu’ leggeri come FLV, sino a quelli per il vostro cellulare, la stessa cosa vale per le immagini e i file audio WAW a MP3 e altri ancora.

Informazioni sul programma-

SCARICA FORMAT FACTORY.

Questo non e’ necessario, ma se avete pochi codec o volete un player minimalista ma proffesionale scaricate VLC.
Informazioni sul programma-

“Apri tutti i formati video con un unico lettore”

di Giancarlo Cammarota su VLC Media Player
VLC Media Player è un lettore audio e video essenziale, che rinuncia a funzioni superflue per concentrarsi su ciò che veramente importa: leggere il maggior numero possibile di formati diversi. Gratuito, facile da installare e da usare e in italiano, VLC Media Player è indispensabile

Un tempo si potevano aprire tutti i file video con qualsiasi lettore multimediale. Ma la guerra tecnologica e commerciale tra i diversi sviluppatori fece nascere una miriade incontrollabile di nuovi formati, tipi di compressione e licenze. Come risultato, riuscire a vedere alcuni filmati nel proprio computer può diventare un’impresa quasi impossibile. Ed è ancora più difficile riuscire a trovare un player che sia in grado di leggere tutti (o quasi) i tipi di video esistenti.

Fortunatamente la comunità open source si è rimboccata le maniche e ha creato il lettore VLC Media Player, noto prima come VideoLAN. VLC Media Player ti colpirà per la sua efficacia e le sue funzionalità. La caratteristica più sorprendente è il numero di formati diversi che supporta. Se non riconosce il tipo di file, cercherà in ogni modo di leggerlo, riuscendoci quasi sempre, poiché VLC include la maggior parte dei codec in circolazione.

VLC Media Player è perfino in grado di riparare file danneggiati (o almeno ci prova) e di farti vedere un filmato mentre lo stai scaricando, saltando le parti ancora da scaricare. La scelta di ridurre l’interfaccia di VLC al minimo indispensabile si dimostra giusta, dando protagonismo ai contenuti video e audio ed eliminando ogni possibile distrazione. Tuttavia è adesso possibile personalizzarlo tramite skin.

Le funzioni principali di VLC Media Player si possono attivare facilmente dalla tastiera, permettendoti di controllare il filmato senza mai muovere il mouse. Insomma, VLC Media Player è come un apriscatole in una buona cucina funzionale: non sarà proprio bello da vedere, ma non può mancare sul tuo computer.

SCARICA VLC MEDIA PLAYER.

Esempio, di miei video (formato fraps, Avi.) che non convertiti impiegano ore per caricarsi. (avi HD quasi 2 ore)

Download Fringe – Stagione 1

•9 marzo 2011 • Lascia un commento

Fringe è una serie televisiva statunitense ideata e coprodotta da J.J. Abrams (già creatore di Felicity, Alias e Lost), che ha debuttato negli USA il 9 settembre 2008 sul network FOX. La seconda stagione della serie negli USA è partita il 17 settembre 2009.In Italia, la prima stagione della serie è stata trasmessa in anteprima assoluta sul canale Steel di Premium Gallery, nel bouquet del digitale terrestre Mediaset Premium, a partire dal 31 gennaio 2009. In chiaro, la serie debutterà a ottobre nella seconda serata di Italia 1.

1 Puntata Il laboratorio del dottor Bishop

2 Puntata La Solita Vecchia Storia

3 Puntata La Rete Fantasma

4 Puntata E Arrivato

Virgin vs McLaren

•9 marzo 2011 • Lascia un commento

Segui la serie A in diretta Streaming

•3 ottobre 2009 • Lascia un commento

Per segire le tue partite del cuore, basta andare su alcuni di questi link.
Alcuni richiedono un piccolo programma, alcuni un iscrizione mentre altri come Eventi in streaming non vi chiedera nulla ma la scielta e’ limitata.
Consiglio anche questo sito rojadirecta molto ricco di sport, ma non sempre le partite sono in Italiano,
per avere maggiori opportunita’ consiglio di scaricare Sopcast o tanti altri che appaiono nella schermata sotto type nel sito di rojadirecta, propio cliccando l’evento si apriranno tante soluzioni con i relativi player streaming necessari.
Buonavisione.

Spostato

•14 aprile 2008 • 1 commento

Il blog si e’ spostato a questo indirizzo, fabbrica di noci blog.net
compresi i vari post.

Fino al 1 Aprile il nuovo blog sara’ of-line(video Bernard “Buddy” Rich)

•27 marzo 2008 • Lascia un commento

A causa dell’host che mi ospita, o meglio visto che ho superato i 2giga a disposizione il nuovo blog( http://www.maxfjster.net/ ) sara’ disponibile dal 1 Aprile!

Bandwidth Limit Exceeded
The server is temporarily unable to service your request due to the site owner reaching his/her bandwidth limit. Please try again later.
Apache/1.3.39 Server at maxfjster.net Port 80

Lascio qualche video…tanto per cambiare.
Non aspettatevi nulla dei soliti video che posto, questi video hanno piu’ di 30 anni ma per chi non li ha mai visti e ama la musica, vale la pena perdere due minuti e guardarli.
Secondo me, il piu’ grande batterista di tutti i tempi.

Buddy Rich

Da wikipedia:

Bernard “Buddy” Rich (30 settembre 1917 – 2 aprile 1987) è stato un batterista statunitense.

Egli è stato ed è ancora considerato fra i migliori batteristi mai esistiti. Era dotato di grande velocità e tecnica, dovute alle sue capacità di utilizzare sapientemente i polsi. Buddy Rich insieme a Joe Morello, Jim Chapin, George Lawrence Stone, Gene Krupa è uno dei pilastri del metodo moderno di studio della batteria e grande esempio per i batteristi più attuali come Dennis Chambers, Virgil Donati, Vinnie Colaiuta, Steve Gadd ed anche Billy Cobham ha dichiarato che Rich è stato uno dei suoi modelli fondamentali.

Il segreto di questi grandi maestri è quello dell’allenamento estenuante sulla tecnica del rullante, argomento che fa da filo conduttore su ogni loro libro di studio. Essi infatti ci insegnano come si possa diventate dei geni della batteria studiando esclusivamente sul rullante una cassa e un charleston. La lentezza, la correttezza della posizione delle braccia e la distinzione tra note e accenti sono fondamentali fattori che vengono scritti su tutte le introduzioni dei grandi libri di studio, da “Modern interpretation of the snare drum rudiments” di Buddy Rich fino a “Master Studies” di Joe Morello.

Nato a Brooklyn è destinato a vivere nell’ambiente dello spettacolo, infatti all’età di 2 anni è già sul palco per suonare l’inno americano nello spettacolo che i suoi genitori portavano in giro per gli States. All’età di 4 anni si esibisce come ballerino di tip tap e batterista. All’età di 6 anni è già in piena attività come solista in uno spettacolo (Traps the Drum Wonder). A 11 anni è leader di una propria orchestra. La sua carriera nel jazz inizia nel 1936 con Art Shapiro e solo dopo un anno inizia a raccogliere i primi successi nell’orchestra di Hot Lips Page. Nell’orchestra di Joe Marsala si creò la fama di band driver, infatti tra il 1938 e il 1945 suonò con tutte le più famose orchestre di swing dell’epoca, tra cui Bunny Berigan, Harry James, Artie Shaw, Tommy Dorsey e Count Basie. Nel 1945 organizza la sua prima Big Band ma alterna ancora presenze nelle orchestre con Harry James, Charlie Ventura, Tommy Dorsey, Les Brown e Josephine Baker. Nel 1966 la sua orchestra è ormai un riferimento del mondo del jazz. Buddy Rich si è sempre vantato di non aver mai studiato con costanza ma di aver ricavato la sua tecnica dalla continua pratica quotidiana in concerto, in poche parole un talento naturale. Rich ha perfezionato uno stile che si basa su un elementare uso della coordinazione ma una strabiliante tecnica del tamburo rullante. L’uso dei rudimenti viene distribuito sui vari componenti della batteria arricchita sulla cassa da più tom; nonostante la velocità di esecuzione paradiddles e rulli a colpi singoli gli permettono di creare intrecci sempre intelligibili senza scadere nel puro tecnicismo grazie anche al grande senso dello swing. Senza dubbi le sue fonti di ispirazione furono Chick Webb e Gene Krupa.

Buddy Rich è stato inoltre protagonista di numerosi show televisivi come il Muppet Show, dove egli dava prova con simpatiche scenette delle sue doti di batterista leggendario. Egli è entrato di diritto nella storia del jazz e delle big band sin da giovane. Oggi, a ormai vent’anni dalla sua morte nel mondo continuano a susseguirsi gli show, i festival e le pubblicazioni a lui dedicati.

Il video di oggi

•8 marzo 2008 • Lascia un commento

Conoscete NIN o meglio Nine Inch Nails,
eccolo in alcuni video per ora metto questi che sono tra i piu’ rapresentativi.
PS: passate a trovarmi su www.maxfjster.net!

Nine Inch Nails – ONLY

Nine Inch Nails – The Hand That Feeds

A richiesta mettero i video che piu’ vi interessano, tanto questo blog avra’ ancora pèochi mesi di vita, almeno finche riusciro’ a starci dietro.
Un saluto e grazie delle mail e delle visite.

Biografia dal sito ufficiale.

Parte prima – La genesi dei Nine Inch Nails e gli anni di Pretty Hate Machine

Michael Trent Reznor nacque il 17 maggio 1965 nella monotona cittadina rurale di New Castle, Pennsylvania. La sorella Tera, nata nel 1971, fu l’ultima figlia di Nancy e Mike Reznor. I genitori di Trent presto divorziarono: Tera andò a vivere con la madre e Trent fu spedito dai nonni materni nel piccolo villaggio di Mercer, Pennsylvania, coi quali sarebbe cresciuto. Secondo sua stessa descrizione, Mercer era una “piccola deliziosa cittadina del cazzo”.

Sotto ogni aspetto, Reznor fu il tipico giovanotto americano cresciuto alla comune maniera americana, facendo parte dei Boy Scouts, costruendo modellini e facendo skateboard. I suoi nonni più tardi lo avrebbero inoltre avviato al tipico incubo dell’infanzia delle lezioni di piano. L’insegnante di piano di Trent, Rita Beglin, ha presumibilmente paragonato il suo stile pianistico come fosse un Harry Connick Jr., ma questo fatto è difficile da appurare (attraverso la rete).
Degli ultimi anni di scuola superiore, di Trent si parla come di un bravo ragazzo, affabile e popolare. Fece parte della banda musicale e del gruppo jazz della scuola, in cui suonò sia il sax tenore che la tastiera, e ricevette pure un premio di recitazione come Miglior Attore da parte dei suoi compagni di palco e di classe.
In verità, per Reznor non si prospettava tutta la popolarità che lo avrebbe investito invece più avanti, e contro cui si sarebbe accanito con tanta forza.

Dopo il diploma si trasferì a Meadville, Pennsylvania, dove frequentò l’Allegheny College e si specializzò in ingegneria informatica. Dopo un anno trascorso senza che il suo lavoro rendesse, Reznor maturò il pensiero che programmare computer per il resto dei suoi giorni non era per così dire la sua vocazione. Così, si lasciò ammaliare dal fascino del sogno americano e si trasferì a Cleveland, Ohio, per intraprendere la carriera da rockstar.

Nella prima metà degli anni ’80 Reznor bazzicò in gruppi quali Flock Of Seagulls, The Exotic Birds (dove avrebbe incontrato il suo futuro batterista Chris Vrenna, e col quale sarebbe rimasto fino al 1997) e 1000 Homo DJs (che svezzarono Al Jourgensen per la futura fama coi Ministry). Ma questi gruppi risultarono essere più una delusione che una soddisfazione per Reznor, il suo ancora ignoto potenziale creativo non riusciva a realizzarsi e v’era sempre meno partecipe.
In questo turbolento periodo, il giovane Reznor trovò lavoro come programmatore di sintetizzatori e MIDI in un piccolo studio di Cleveland, e fu qui che i Nine Inch Nails cominciarono a prendere forma: gli fu data l’opportunità dal proprietario di stare nello studio per conto suo anche di notte, dopo un’intensa giornata lavorativa, e da autodidatta imparò a gestire le complicate applicazioni MIDI che gli avrebbero consentito di campionare, mixare e sperimentare nuove svariate sonorità.
Libero da ogni limitazione di ruolo in una normale band, Reznor prese in mano la situazione e s’immerse a capofitto nel suo lavoro, preferendo l’isolamento. Ma era libero soprattutto di esprimere le sue sensazioni attraverso un formato elettronico che al tempo stesso placava e grattava, morbido e puro, quieto e rauco.
Essendo al tempo un musicista principiante, l’approccio di Reznor verso la sua musica risultava tale da fungere da punto di vista dell’ascoltatore: tramite essa il pubblico si confrontava con le sue stesse emozioni e dolori più profondi, in un modo completamente unico ed insolito.
Il risultato concreto fu una prima collezione di brani grezzi, turbolenti e brutalmente onesti.

Sull’origine del nome Nine Inch Nails si è largamente speculato durante il corso del tempo. Taluni lo attribuiscono alla lunghezza dei chiodi impiegati per le bare (quindi chiodi da nove pollici), altri alla lunghezza dei chiodi per mezzo dei quali Gesù venne crocifisso (anche se sarebbe stato poco furbo confessare ciò, data la veemente percentuale di puristi cattolici americani con il tic della querela), altri ancora lo associano all’immagine graffiante e letale del sound (unghie lunghe nove pollici dovrebbero fare invidia a molti felini), ma i più fantasiosi in assoluto sostengono che sia riferito alla lunghezza del fallo di Reznor.
Pare comunque che, deludendo le aspettative, tale nome non celi un significato profondo.
Dopo aver passato in rassegna una valanga di nomignoli per diverse settimane, Reznor notò che Nine Inch Nails era rimasto a ronzargli nella testa; e lo entusiasmava ancor di più il fatto che risultasse efficace come impatto estetico grafico (il logo ne ha fatto ed è tuttora uno degli acronimi più di successo nella storia della musica), che fosse facile da abbreviare, ed “è un nome più figo di Trent Reznor”, a detta sua. “E’ una tortura cercare di trovare un nome per un gruppo”, aggiunge.

Il passo successivo era ora di distribuire il suo demo a qualche piccola etichetta indipendente. La decade degli anni ’80 stava concludendosi, e l’industria musicale andava maturando una sottile svolta nel processo di tendenza, la musica elettronica stava prendendo piede a livello globale.
Nell’estate del 1988 Reznor azzardò la spedizione di una decina di copie del suo demo, lungo ben tre tracce, a piccole label indipendenti cercando l’affare di un singolo che lo lanciasse e gli avrebbe consentito di affinare la sua arte attraverso una strumentazione superiore. Non si rendeva ancora completamente conto di cosa rappresentassero effettivamente i Nine Inch Nails, né di quale direzione stesse imboccando il progetto; era d’altro canto riluttante al pensiero di un vincolo con un’etichetta che avrebbe voluto spianare e minimizzare il suo sound riducendolo ad una lustra e più succulenta sorta di pop.

Ma fu così che non senza stupore e con una vena di trepidazione Reznor si vide piovere offerte da praticamente ogni etichetta verso la quale s’era mosso in precedenza, e cominciò finalmente a prendere coscienza del potenziale di cosa stesse stringendo fra le mani.

Trent Reznor firmò il primo contratto con la TVT Records, una casa discografica nota comunemente più per le produzioni di jingle televisivi piuttosto che per la promozione di musica d’avanguardia pseudo-industrial.
Ciò nonostante Reznor non rifiutò l’affare, ed iniziò a lavorare con un certo numero di produttori che avrebbero lasciato la propria firma sull’album di debutto dei Nine Inch Nails.
Fra di essi spicca l’autorevole Adrian Sherwood (recente disco solista “Never Trust A Hippy”, ma meglio noto per aver lavorato con Depeche Mode, The Cure, Ministry, KMFDM ed una babelica lista di altri artisti, visionabile attraverso questo link), che si occupò del mixaggio del singolo apripista “Down In It” per l’imminente Pretty Hate Machine.

Sherwood e Reznor comunicarono unicamente per telefono e Sherwood per giunta mixò la traccia a Londra, così i due non si incontrarono effettivamente di persona. Fu questo mix a venire scelto per comparire su Pretty Hate Machine, nonostante le proteste di Reznor perché la sua versione originale veniva di conseguenza scartata. Nonostante Reznor non disdegnasse affatto il lavoro di mixaggio di Sherwood, il brano risultava radicalmente differente dall’originale, e malgrado le ferme contestazioni che Reznor mosse alla TVT, la label si mostrò inflessibile.
Questo fatto rappresenta con tutta probabilità il primo segno premonitore dei tempi aspri che sarebbero intercorsi tra la TVT ed i Nine Inch Nails.

Trent Reznor lavorò inoltre con il mostro sacro Flood (fidato produttore di pezzi da novanta quali Nick Cave, Smashing Pumpkins, Depeche Mode ed U2 fra i molti), il quale originariamente avrebbe voluto produrre Pretty Hate Machine nella sua interezza, ma poi a causa di ordini superiori e questioni contrattuali tale programma restò utopico.
“Mi piace Flood perché è l’esatto opposto di Sherwood, è davvero trasparente, non diresti mai “Hey, questo pezzo mi sa di Flood” “, racconta Reznor sul suo conto. Comunque, malgrado qualche controversia Flood riuscì a dare il suo modesto contributo.
Tra i diversi altri produttori del disco si annoverano ancora John Fryer (abile programmatore e musicista, noto per la presenza al fianco di This Mortal Coil, Love & Rockets, Cocteau Twins) e Keith LeBlanc (Tackhead, Hector Zazou, batterista dei Mafia), tutti nomi che gravitano l’uno verso l’altro in più di un’occasione.

Superati questi piccoli traguardi, per i Nine Inch Nails giunse l’ora di prepararsi il terreno per l’impatto con il pubblico dal vivo. L’ostacolo primario che incontrò Reznor, dato che compose e registrò Pretty Hate Machine interamente da solo (giustificando al proverbiale affermazione “Nine Inch Nails is Trent Reznor” scritta nel booklet di Pretty Hate Machine), era costituito dal riunire il gruppo di musicisti che lo avrebbero accompagnato sul palco.
Gli eletti assemblarono il gruppo ed aprirono qualche concerto per i leggendari Skinny Puppy (di cui Reznor è tra l’altro affezionato fan), ma Reznor non ne fu soddisfatto, motivando la sua titubanza con il fatto che questa live band non sprigionava l’energia che si aspettava, e così dopo un breve tour provvide subito a raccogliere una nuova ciurma attorno a sé. Le referenze richieste prevedevano musicisti giovani e malleabili quanto basta da saper porre la propria espressività artistica in secondo piano per adeguarsi alle esigenze del boss Reznor.
I Nine Inch Nails risultarono formati da Chris Vrenna (futuro genitore dei Tweaker) alla batteria, Richard Patrick (anch’egli dipartito poi per andare a plasmare i Filter, e fratello dell’attore Robert Patrick alias T-1000 in Terminator 2 e Agente Doggett nelle ultime serie di X-Files) alla chitarra e David Haymes alla tastiera.

Nella primavera del 1989, anno successivo alla pubblicazione di Pretty Hate Machine, i Nine Inch Nails intrapresero il tour relativo alla promozione del disco, aprendo date prima per i Jesus And Mary Chain e subito dopo per Peter Murphy .
Mentre i NIN vennero moderatamente ben accolti dai fan dei Jesus & Mary Chain, non si può dire lo stesso per l’impatto coi fan di Peter Murphy. Suonando in piccoli teatri ed auditorium dei college, l’aggressività ed il furore del gruppo malcapitava per i canoni dei giovincelli tutti Bauhaus e steroidi che foggiavano la maggior parte del pubblico; finché, durante una performance ad Atlanta, Georgia, Reznor bersagliò i presenti di pizza fredda prima ancora di lasciar esprimere una parvenza di giudizio sull’indice di gradimento. Il pubblico della Georgia si lasciò finalmente conquistare solo dopo cannoneggiamenti di polveri tipo fecola di mais, chitarre disintegrate, pezzi di batteria e burrascose baldorie offstage. “Quando arrivano a sentirsi abusati, la musica non conta più ed è fatta. Abbiamo battuto Peter Murphy sul suo campo”, ricorda Reznor di quello show.

Di lì a poco fu realizzato il primo videoclip per il singolo di Down In It, prodotto dal H-Gun, laboratorio di Chicago promotore dei progetti gravitanti attorno ad Al Jourgensen quali Ministry e Revolting Cocks. Sulle prime il videoclip non superò gli standard di MTV e dovette subire alcune modifiche: nelle sequenze finali si vede infatti Trent Reznor che giace al suolo, ricoperto dalle affezionate poltiglie farinacee ed apparentemente privo di vita. Non si vede come Reznor “muoia”, né vengono proposti raccapriccianti dettagli a confermare che sia trapassato, ma restavano comunque immagini troppo forti per MTV.
“Implica il suicidio, roba da non far vedere su MTV…in compenso MTV ci mostra il culo nudo di Cher”, commenta Reznor sui tagli di pellicola.

Con il dirompente successo di Pretty Hate Machine, supportato dal (seppur modificato) videoclip in rotazione su MTV, i NIN andavano gradualmente conquistando vigore e notorietà, e venne girato un secondo videoclip per il consecutivo singolo “Head Like a Hole” riscotendo esito positivo. Tale successo non incontrò ostacolo nella sua avanzata ed, anzi, venne amplificato dall’occasione che si prospettò quando Perry Farrell (leader dei Jane’s Addiction) aggiunse alla scaletta dei gruppi previsti per il festival estivo del Lollapalooza (suo reale colpo di genio) il nome dei NIN.
Il Lollapalooza proponeva artisti eclettici e di varia estrazione musicale, carta vincente questa per favorire ulteriori spunti per un dibattito politico efficace.
Senza troppi stenti i NIN (ora impreziositi della presenza di James Woolley alla tastiera) divennero il pezzo forte della parata di sette artisti che articolava il festival, esibendosi di norma prima dei Living Colour e dopo Ice-T. L’evolversi nell’asso nella manica del tour implicò una fortificazione delle basi e garanzie del gruppo non indifferente. I fans che non avevano mai sentito menzionare i NIN prima d’allora furono rapiti dallo show di distruzione che investiva chitarre, tastiere e talvolta gli stessi membri del gruppo.
Piuttosto che incassare gli assegni guadagnati dai concerti, i NIN preferirono mettersi da parte una Cadillac ed investire il resto in dieci chitarre per esibizione. Proprio così: dieci chitarre per volta destinate esclusivamente allo sfascio. E la band, massimamente Trent Reznor, faceva del suo meglio per evitare che qualche strumento rimanesse intatto o vagamente identificabile come tale, scagliato sul palco e fuori ma anche su un membro a caso della stessa band. Tale destino subì James Woolley quando, durante una performance a San Francisco, California, un frantume di tastiera sbriciolata da Reznor gli volò alla nuca, ferendolo e provocando una buona emorragia. Non accorgendosene, Reznor continuò il suo show fino all’arrivo dei medici. In incidente analogo incorse anche il chitarrista Richard Patrick a Boston, Massachussets: Reznor lo travolse fra varie attrezzature e lo lasciò a contorcersi agonizzante, dopo aver meticolosamente e giustamente abbattuto amplificatori, cavi e monitor con acqua.
Il pubblico del Lollapalooza non aveva idea reale di ciò cui stesse testimoniando, ma ne fu dannatamente esaltato.

Le buffonerie (se così possono definirsi) di Reznor & soci attirarono l’attenzione della mega rockstar Axl Rose, frontman dei Guns N’ Roses. Rose invitò i NIN ad aprire i loro concerti sul versante europeo del loro tour, di cui faceva breccia la data allo storico Wembley Stadium inglese. I NIN non rifiutarono di certo, malgrado se ne sarebbero un po’ pentiti. Reznor prese di petto la prima performance, ma alla seconda si ritrovò con la coda fra le gambe, a detta sua: giovanotti coi capelli brillantatati e metallari con la tipica espressione da triglia non parvero digerire i synth e tutta l’impronta elettronica del loro sound, facendo sfociare questa insofferenza in lanci di bottigliette di whiskey scandente e birra sul palco. “E’ una di quelle cose che quando ci pensi può apparire divertente, ma poi quando sei lì sul palco lo diventa un po’ meno”, narra Reznor. Inutile immaginare che i NIN rifiutarono di accompagnare i Guns per le tappe conclusive del tour, in America.

Dopo quasi tre anni di tournée, finalmente per i NIN giunse l’ora di una pausa. Reznor ambì ad una collaborazione esclusivamente tra lui e Flood per realizzare un disco, ma non gli ci volle molto a rinunciare, perché i vincoli posti tra i NIN e la TVT Records di Steve Gottlieb disegnavano un amaro vicolo cieco.
I susseguenti anni avrebbero visto Reznor impegnato in un’amara battaglia legale con la label, bandiera dell’assoluta antitesi della libertà artistica, e contemporaneamente intento a fantasticare segretamente su nuova e più furiosa e controversa musica. I Nine Inch Nails nacquero e furono sguinzagliati in un mondo insospettabilmente impantanato nella mediocrità musicale, ed il loro futuro si sarebbe prospettato quantomeno precario.

Parte Seconda – La fase Broken e la gestazione di TDS

La condizione di superstar del rock tratteggia un circolo vizioso nel quale l’artista, nonostante i suoi sforzi, lotta nel vortice di notorietà e costrizione, cui si deve piegare ed adattare. Logico. Reznor non fu un’eccezione. Nel 1991 si ritrovò in precario equilibrio sulla cresta dell’onda: due anni dopo l’uscita di Pretty Hate Machine, l’album industrial più venduto in assoluto per quell’epoca, e dopo aver forgiato con ottimi risultati il proprio successo tra le tappe del Lollapalooza, per il Nostro giunse l’ora di valutare la prossima mossa per elevare i NIN ad un piano superiore, benché godessero già di una posizione più che modesta.

Prima di imbarcarsi nel tour del Lollapalooza, Reznor chiarì alla TVT l’intenzione che i NIN non avrebbero realizzato un secondo album sotto il loro contratto. Il loro intromettersi con l’espressività musicale di Reznor per Pretty Hate Machine, intaccando la qualità stessa del suo lavoro, per non parlare dei bastoni tra le ruote che la TVT stava accanitamente cercando di mettere tra Reznor e gruppi satelliti come Pigface e 1000 Homo DJs, lo aveva indispettito tanto da non riuscire più a concentrarsi sul lavoro. La TVT, dal canto suo, odorando il verde profumo del consenso della critica e delle elettrizzanti performance del Lollapalooza, che stavano diffondendo a macchia d’olio l’entusiasmo del pubblico, non poteva certo permettere che i loro paladini prendessero la porta tanto facilmente, nonostante il boss della TVT Steve Gottlieb ammise candidamente di essere responsabile di tali divergenze.
“I nostri rapporti persero di funzionalità, ed ovviamente gli ho lasciato fare. Stiamo parlando del ragazzo che ha scritto in un suo testo preferirei morire, piuttosto che lasciarti il controllo! ”, racconta John Malm Jr., storico manager di Reznor ed ex co-proprietario della Nothing Records (e che lo seguirà fino al 2003, anno della denuncia mossa da Reznor per averlo truffato di milioni di dollari, oltre che averlo tradito come amico; oggi formalmente la Nothing Records non esiste più). “Trent avrebbe preferito vendere l’anima al diavolo piuttosto che registrare un altro disco per la TVT”, continua. Di qui una lunga battaglia legale divenuta quasi leggendaria nella storia dell’industria musicale.

Al gioco di mosse e contromosse legali si sovrappose la tanto anelata concretizzazione del disco-in-gran-segreto. Reznor contattò l’affezionato Flood e fuggì a Miami Beach. Dalle disavventure con la TVT Trent ne uscì stremato e disilluso dai begli abbagli dell’industria musicale, ed ammise di aver adottato un atteggiamento “troppo altezzoso e sprezzante, del tipo non sei abbastanza cool per la mia band, non comprare i miei dischi ”, per dirla con parole sue. Voleva fare un disco manifesto del “vaffanculo” per dimostrare di non essere un venduto, oltre che per sfogare la sua generale animosità verso la vita durante il fiasco con la TVT.

A due anni dall’inizio, la contesa NIN/TVT si concluse con l’intervento di Jimmy Iovine, presidente della Interscope Records, deciso a prendere i NIN sotto la sua ala. Inizialmente Reznor, nel sentir parlare del suo gruppo come merce di scambio sul mercato di schiavi, andò su tutte le furie, come ha sottolineato spesso in numerose passate interviste. Parte dell’affare, comunque, fu la messa in piedi della piccola etichetta indipendente propria di Reznor disgiunta dalla Interscope, battezzata Nothing Records, che avrebbe concesso a Reznor e gruppo libertà artistica totale.

La pubblicazione inaugurale della Nothing Records fu Broken, un acre, massiccio ed incazzato mini-album di 6 tracce (+2 nascoste) come risultato delle sessioni di registrazione clandestina. Mentre Reznor si aspettava che lo spostamento da una label ad una maggiore sarebbe stato interpretato come una mossa da venduto, mettendosi in gioco negativamente buona parte dei fan, Broken confermò solennemente i Nine Inch Nails, e tale lavoro fu acclamato con grande fervore da critica e pubblico.

Broken fu presto premiato con nientemeno che due Grammy Awards, con sbalordimento di tutti, Reznor stesso compreso. A Broken seguì rapidamente Fixed, un’allegorica traccia della sua transazione da una label ad un’altra. Fixed fu un altro mini-album di 6 tracce (stavolta effettive), strutturato sui remix e sulle rivisitazioni dei brani di Broken. Reznor trasse pieno vantaggio dalla sua rinnovata libertà di lavorare con altri artisti per Fixed, tra i quali figurano Peter Christopherson dei Coil e J.G. Thirwell (alias Clint Ruin).
Fixed avrebbe apposto un marchio come primo album di remix di una canonica serie che, perpetuandosi lungo la carriera dei NIN, forgia di unicità ed originalità la tempra del gruppo.

Mentre la nuova Nothing Records di Reznor nasce con quartier generale a Cleveland, Reznor finì col trascorrere sempre più tempo a New Orleans, floridissima e giovane meta di ritiro per i musicisti rock in cerca di una tregua lontano dai radar passando quasi inosservati, essendo così lontana dalla West Coast, dalla frenesia hollyoodiana, dall’immenso caos newyorkese.

Dopo un periodo di pausa rigenerativa, più che necessaria per recuperare le energie spese con Broken e Fixed, fautori di grande appagamento, oltre che le soddisfazioni rese dalla Interscope, Reznor fu nuovamente pronto a lavorare sul prossimo effettivo full-length dei Nine Inch Nails. E la figura di culto che si stava dipingendo sul volto di Reznor si stava facendo pressante. Pretty Hate Machine vendette un milione di copie negli Stati Uniti, ed ora stava mietendo vittime anche tra la critica inglese. Con le idee ben chiare in mente sulla direzione musicale che avrebbero imboccato i Nine Inch Nails, Reznor cercò una location in cui isolarsi e partorire il nuovo album.

In seguito ad aver scandagliato la regione di Los Angeles, Reznor acquistò una strepitosa villa con la vista sulla città ad un prezzo più che ragionevole. Solo in seguito venne a sapere, con grande sconcerto, che quella casa fu in verità la stessa in cui Sharon Tate (moglie del famoso regista di “Rosemary’s Baby”, Roman Polanski) venne assassinata assieme ad altre quattro persone da Charles Manson. Malgrado la notizia, Reznor decise di restare, consapevole anche dell’alone sinistro di mistero che avrebbe impregnato il disco, sia nel risultato che durante le sessioni di registrazione. Che Reznor fosse stato sul serio all’oscuro della notizia, comunque, non è così credibile: a parte tutta la gente che circonda questo artista, tra i quali non ci sarebbe stato a sua volta nessuno con il potere di informarlo, Reznor alla data dell’assassinio aveva quattro anni, e dunque perfettamente in grado intendere e volere. Strano che con il potere dei mezzi di comunicazione di massa americani, anche nel corso degli anni, non avesse raggiunto anche indirettamente le orecchie del nostro uomo. Preferiamo piuttosto credere che l’acquisto di tale villa fu proprio mirato. Ma perché nasconderlo? In verità non risultano molti comunicati stampa relativi a quel periodo, quindi ogni testimonianza è potenzialmente un mito montato dalla stampa per avere qualcosa in mano. O magari è tutta una mossa pubblicitaria, com’è più facile pensarla.

Voci di parrucchiera riportano che le pareti di una particolare stanza della villa non nascondano nemmeno dopo mani e mani di tinta la parola “pig”, maiale, che Manson scrisse con sangue, e che Reznor registrò la maggior parte del disco proprio in tale stanza. E anzi, la stanza sarebbe stata soprannominata affettuosamente Le Pig.Falso due volte: uno perché la parola “pig” fu scritta sulla porta d’ingresso della villa, due perché le ristrutturazioni radicali che subì la villa per essere messa di nuovo in vendita, non avrebbero certo omesso un particolare del genere. In ogni caso, se per questo nuovo disco ci voleva un’atmosfera oscura e negativa, Reznor la trovò.

Grazie alla libertà concessa dalla Interscope attraverso la Nothing, per Reznor si prospettò il compito di chiamare a raccolta collaboratori selezionati. Oltre a Flood, suo più importante collaboratore e produttore, Reznor contattò Adrian Belew, il chitarrista che divenne leggenda per aver partecipato a più d’un capolavoro di David Bowie, Stephen Perkins, batterista militante a breve nei Jane’s Addiction, ed Alan Moulder, destinato a dare il suo esperto tocco al lavoro di mixaggio.

La struttura primaria di questo nuovo disco avrebbe dovuto “prendere diverse direzioni, ma ricongiungersi in un unico punto”: un concept, insomma. Mentre l’anima di Pretty Hate Machine si può definire grezza, e Broken e Fixed focalizzati specificatamente sulla rabbia, per il nuovo parto Reznor si concentrò sull’introspezione, (quello che Wordsworth avrebbe definito inward eye), sarebbe stato un viaggio attraverso i meandri della propria psiche. Il carattere tematico del disco avrebbe descritto ed accompagnato le rivelazioni di un uomo a confronto con la sua interiorità ed esteriorità, attraverso i codici morali che hanno costruito la società: amore, odio, religione, rapporti umani, sesso, violenza e vizi, il tutto esaminato attentamente al microscopio. Fu così che nacque “The Downward Spiral”.

Da grande ammiratore di album qualitativamente e strutturalmente complessi, con un corpo ed un’anima autonomi come The Wall dei Pink Floyd, Reznor ambiva a creare un disco che richiedesse all’ascoltatore di diventarne vittima, lasciarsi assorbire da esso, trapassare il suono. Non immune dal timore che tale progetto potesse allontanare parte dei fan, Reznor perseverò nella stesura cercando di essere coerente e “dannatamente sincero”, specialmente nei confronti di se stesso, come puntualizza lui stesso.

Fortunatamente per i Nine Inch Nails, le aspettative negative di Reznor vennero ampiamente smentite. La pubblicazione in antipasto al disco fu rappresentata dal prospero singolo “March Of The Pigs”, aggressiva ed incalzante quanto basta da essere compatibile con le sonorità che fecero grande Broken. Successivamente, The Downward Spiral debuttò nella Billboard Chart dritto dritto al numero due. L’accoglienza dei fan fu tanto appagante come se senza il gruppo sulla scena stessero spegnendosi per mancanza d’aria. Le nuove canzoni, decisamente più elaborate, profonde e personali rispetto alla media, rivelarono un certo tipo di sincerità inaspettata e temprarono The Downward Spiral, rendendolo autentico, credibile e spiazzante e quindi deliziosamente imperfetto.

Il secondo singolo estratto da The Downward Spiral entrò nella storia del gruppo come più celebre e venduto, una sorta di “perno”: “Closer”, con il suo indimenticabile e non proprio consono ai canoni radiofonici ritornello “I want to fuck you like an animal” (voglio fotterti come un animale). Il brano, purificato dalle blasfemie più palesi ed adattato alla censura, ricevette un bel posto in heavy rotation tra i programmi mediatici e divenne presto molto richiesto tra i club di tutto il mondo. Il relativo videoclip, diretto da Mark Romanek, fu candidamente speculare al testo ed all’immaginario che suscita il testo automaticamente: scimmie crocifisse, teste di maiali decapitati, carne nuda, e Reznor roteare vorticosamente fuori controllo. Una versione estesa della traccia, “Closer To God”, sarebbe stata pubblicata di lì a poco come singolo parallelo, accompagnata da ulteriori rivisitazioni di “Closer” e tracce aggiuntive.

Pare proprio che i Nine Inch Nails furono un successo continuo e costante. The Downward Spiral rappresentava un apogeo, un traguardo fondamentale sia nella vita di Reznor che nella storia della musica. Guardando dentro sé stesso Reznor aveva inavvertitamente connesso la sua “anima” con quella di milioni di altre persone, livellandosi tutti su un piano emotivo comune.

La connessione divenne reale. Fisica. Dopo tre anni di assenza dal palco, arrivò il momento per Reznor di assemblare il nuovo esercito di musicisti ed imbarcarsi nel tour promozionale di TDS. La reputazione che il gruppo s’era guadagnata con le performance dal vivo, la costituzione di un nuovo schieramento di musicisti, i nuovi suoni e la nuova categoria di fan che si avvicinarono dall’uscita di TDS, alzarono le aspettative alle stelle, e per Reznor germinò una nuova sfida.

Parte Terza – Spirali, Giochi e Colonne Sonore

La crescita. Un fondamentale principio vitale. Ogni cosa cresce ed evolve abbracciando la vita tra infanzia, adolescenza, maturità, senilità fino a spegnersi con la morte. Così funziona senza eccezione per l’artista, e con coloro inclini all’indirizzo musicale del grande universo dell’arte. Ed altrettanto vale per i Nine Inch Nails, quando nel 1994 si trovarono della fase adolescenziale della loro vita. Gli anni passati furono tumultuosi per Reznor ed il suo gruppo eppure, dal marzo 1994, una volta ultimato The Downward Spiral, pubblicato l’ halo 9 “Closer” ed aver inglobato molti fan reduci del vero movimento grunge (non esattamente lo stesso di Pearl Jam e Bush, sia chiaro), i Nine Inch Nails percorsero il sentiero dorato del mainstream con il supporto di un tour, favoriti dall’attenzione crescente verso l’alternative.

Pochi non si lasciarono catturare dal sound semplice ed accattivante di “Closer”, col suo ritmo pulsante e disinibito testo, responsabili dello split fra critica e pubblico, fra le accuse di essersi venduti contro le cifre di vendita a parlar chiaro. Da ricordare un episodio avvenuto nel Regno Unito: una volta il DJ Bruno Brookes della BBC Radio One accidentalmente (sic!) trasmise la versione integrale, originale, non censurata di “Closer”…da immaginarsi con che impeto migliaia di ascoltatori inglesi, dopo essere stati minacciati dalle parole “I want to fuck you like an animal”, assaltarono i centralini della BBC per confessare il proprio disappunto. Ma a parte questo piccolo avvenimento, Reznor perpetuò il successo di “Closer” con la pubblicazione del singolo parallelo “Closer To God”, comprendente (oltre a svariate rielaborazioni di “Closer”) tracce aggiuntive come un remix di “Heresy” e “March Of The Pigs” (contenute su TDS) anche un brano originariamente appartenente al repertorio dei Soft Cell, “Memorabilia”.

Prima di proseguire con la cronologia, c’è da aggiungere una piccola postilla. La notizia del suicidio di Kurt Cobain l’8 aprile 1994 data da Courtney Love (all’epoca sua moglie) in diretta su MTV scosse milioni di persone. Toltosi la vita il 5 con un colpo di fucile e trovato morto da un elettricista il 7, dopo una vita di sofferenze fisiche ed emotivi a livelli molto alti per come ci è dato da sapere. Fino ad oggi s’è detto e stradetto a proposito di quest’uomo, oltrepassando più e più volte i limiti del cattivo gusto, e non si sono risparmiati nemmeno i paragoni tra questo Padrino del grunge con Reznor: entrambi provenienti da famiglie divise, entrambi cresciuti in una piccola cittadina americana, entrambi sensibili al disgusto verso la società pur avendolo espresso in maniera differente. Entrambi dipinti come eroi anti-eroi, personaggi da poster depressi, oscuri, con tutte le carte in regola per ricevere quel compatimento misto a fascino in grado di attirare milioni di persone in tutto il mondo, insomma per essere degradati a sufficienza da lasciarsi rispecchiare da altrettanti depressi ed arrabbiati col mondo. Solo che Reznor sopravvisse, a questo mondo crudele, e Cobain no. Così di certo non mancarono le accuse verso Reznor di voler spodestare Cobain dal trono (o di averlo già fatto), cosa che Reznor non gradì affatto, sentendosi parte di un contesto completamente differente.

Chiudendo questa parentesi, arriviamo finalmente al punto in cui i Nine Inch Nails percorsero quello che sarebbe stato il tour chiave della loro carriera: il Self Destruct Tour. Dalla primavera alla tarda estate del 1994, i Nine Inch Nails viaggiarono attraverso il Nord America e l’Europa come headliners ed organizzandosi in grande stile, con un cast rinnovato e temprato di grandi doti: Robin Finck alla chitarra, Charlie Clouser alle tastiere, Danny Lohner al basso e Chris Vrenna alla batteria. Il 13 agosto 1994 il gruppo salì sul palco dello storico festival di Woodstock, di fianco a personaggi del calibro di Henry Rollins, Red Hot Chili Peppers, Green Day, e poi ancora Crosby, Still e Nash tanto per citarne alcuni. La performance dei Nine Inch Nails rubò violentemente la scena, a dispetto del fatto di essere in scaletta tra i primi ed avere dietro di sé i nomi più grandi. Imbrattati da capo a piedi di fango, elettrici ed incontenibili, i NIN si consacrarono al grande pubblico e si poterono definire ufficialmente “arrivati”.

Consumata una breve pausa di due settimane, Reznor portò i suoi Nine Inch Nails in Nord America per in secondo atto del Self Destruct Tour. Prima di dare il via alla fase primaverile del tour, comunque, Trent Reznor dedicò parte del suo tempo e speciale attenzione ad una band da lui scoperta relativamente di recente e meglio nota come Marilyn Manson, in Florida: magnifica occasione per vivacizzare la sua nuova Nothing Records firmando un contratto con questo promettente gruppo. Dopo averne prodotto il disco di debutto, “Portrait Of An American Family” e gagliardo dell’indipendenza consentita dalla Interscope, Reznor elesse i Marilyn Manson gruppo spalla per il Self Destruct Tour, deliziati inoltre dai macabri funambolismi del Jim Rose Circus. I fans dei Nine Inch Nails si lasciarono così braccare dalle tremende e brutali esibizioni del Jim Rose Circus, trovandosi di fronte ad un nuovo genere di musica rock che non poterono classificare e limitare semplicemente ai Marilyn Manson. Le “buffonate” e bizzarrie d(e)i Manson sarebbero diventate celebri a livello planetario, superando copiosamente di fama e di fan i Nine Inch Nails, nonostante in ogni caso sia dalle fondamenta dei Nine Inch Nails che provengono i fan dei Marilyn Manson.

Col passare degli anni e col consolidarsi del nome dei Nine Inch Nails come una garanzia, per Reznor si prospettarono opportunità che prima d’ora potevano solo definirsi utopiche. Prima fra tutte, la proposta di Tori Amos affinché Reznor cantasse i cori per il brano “Past The Mission” contenuto sul suo secondo album “Under The Pink”. Reznor accettò ed invitò la cantautrice alla ex-tenuta della Tate per le sessioni di registrazione. Tra essi nacque rapidamente un’amicizia su cui i media non esitarono a ricamare favole su favole, e successivamente incrinata dalla presenza di Courtney Love, vedova di Cobain, vero miele per orsi quando si tratta di presunti scandali. Reznor preferisce spesso non fornire troppe giustificazioni né dettagli riguardo tali questioni private, si limita a raccontare a grandi linee che la signora Cobain si sia intromessa tra lui e la Amos spargendo del veleno nel loro rapporto di amicizia.

Reznor fu inoltre invitato a dare il suo contributo per la colonna sonora del fortunato film The Crow, Il Corvo. Per essa scelse di realizzare una cover del brano “Dead Souls” dei Joy Division, ai quali è sempre stato particolarmente devoto. La connessione negativa tra i suicidi della storia del rock si perpetuò con il decesso prima del frontman dei Joy Division Ian Curtis, e successivamente con il letale incidente che colpì Brandon Lee, attore protagonista del film “Il Corvo”, suo più celebre e riuscito film. Il giovane Lee ricevette infatti, durante la registrazione di una scena, un colpo d’arma da fuoco autentico e non artificiale come avrebbe dovuto essere. Questa serie di eventi appesantì (indirettamente o ingenuamente) il bagaglio emotivo di Reznor, amplificando il disagio e la depressione crescente che avrebbe avvolto il suo essere ed influenzato la sua carriera.

All’inizio del 1995, i Nine Inch Nails celebrarono il terzo atto del Self Destruct Tour, raggiunti di nuovo dal Jim Rose Circus, ma stavolta furono accompagnati da un nuovo complesso che Reznor prese tra le sue grazie sotto la Nothing, i Pop Will Eat Itself, anziché dai Marilyn Manson. Questi ultimi si impegnarono, nel frattempo, in un modesto piccolo tour per conto proprio e si prepararono alla stesura di nuovo materiale.

Reznor acconsentì ad un ulteriore succulento incarico quando Oliver Stone gli affidò l’assemblaggio e la cura della colonna sonora per l’imminente film “Natural Born Killers” (Assassini Nati). Reznor colse l’offerta come una benvenuta distrazione dal tour, così all’inizio del 1995 lui ed l’équipe di produzione presero armi e bagagli per dirigersi in Europa, dove avrebbero assemblato la soundtrack. L’album avrebbe vantato di una schiera di musicisti eclettici e storici, quali Leonard Cohen con le sue atmosfere meditative da giorno del giudizio universale, le riot-grrrrls L7, l’energico e ruvido rapper Dr. Dre (che ritroveremo in seguito, dato che mixò un brano contenuto sul futuro capolavoro The Fragile) con l’altrettanto spettabile collega Snoop Doggy Dogg, i Jane’s Addiction, Patti Smith, e Bob Dylan fra la lunga lista, dimostrando il vasto assortimento di gusti di Reznor e la sua impavida capacità di gestirsi manipolando e combinando sonorità anche completamente diverse le une dalle altre. I Nine Inch Nails non poterono non lasciare la loro firma, sicché sulla colonna sonora compare la già edita su Pretty Hate Machine “Something I Can Never Have” ed un brano nuovo di zecca intitolato “Burn” (che Reznor farà la grazia di aggiungere alla versione deluxe di TDS uscita appena nel 2004), violenta ed infestata dalla rabbia abbastanza da calzare perfettamente per il contesto del film.

Il film Assassini Nati fu un successone per più d’una ragione, non solo per la firma di Oliver Stone alla regia, o per la seconda firma lasciata da Quentin Tarantino meritevole d’aver steso la sceneggiatura. La garanzia del nome di Reznor comunque non venne tradita, poiché il suo abile lavoro arricchì la pellicola ed attirò ulteriori consensi dalla critica per la sua versatile capacità organizzativa e compositiva. A proposito di tale esperienza, Reznor ricorda e sottolinea che avrebbe desiderato creare una vera colonna sonora, componendo brani apposta per l’occasione e non semplicemente rielaborare. Così nei riguardi di tale soundtrack sente di non aver creato fondamentalmente niente di nuovo, resta un’esperienza a sé, anche se gli sarebbe piaciuto, se si fosse barcamenato con più fiato a disposizione tra un tour e l’altro. Parole sue.

La seguente tappa del tour dei Nine Inch Nails fu l’Australia, dove suonarono per una manciata di piccoli festival prima di ritornare in terra natale. A perdifiato ma instancabile, sempre nel 1995, appena messo piede in America Reznor varcò gli studios per produrre l’EP di remix di Marilyn Manson “Smells Like Children”, in cui compare la celeberrima cover degli Eurythmics “Sweet Dreams (Are Made Of This)”, che prepotentemente invase le playlist radiofoniche americane diventando la sua canzone più rappresentativa tutt’oggi e consacrando Marilyn Manson alle luci della ribalta una volta per tutte.

Tornato a dedicarsi ai Nine Inch Nails, Reznor lavorò al materiale preesistente di The Downward Spiral, dal quale cavò prolifiche sessioni di remix che avrebbero dato vita all’ halo 10, “Further Down The Spiral”, pubblicato nel medesimo anno. Reznor diede ulteriore sfoggio della sua eccentrica produzione e prodezza di mixaggio manipolando tali brani fino a renderli quasi irriconoscibili. Le sessioni furono tanto feconde che all’ halo 10 seguì un fratellino, l’ halo 10 v2, meno conosciuto del precedente ed esibente una tracklist diversa, oltre che altri brani in aggiunta o ulteriori versioni di remix. Queste due versioni di Further Down The Spiral sono a noi note come versione import e versione export, o ancora più terra terra, come versione americana e versione europea. Anche la copertina varia leggermente l’una dall’altra: la versione “europea” è un primo piano più ravvicinato rispetto alla collega.

Tuttavia, la gallina dalle uova d’oro apparve a Reznor inaspettata ed in un momento di totale impegno in progetti paralleli da tutte le parti. Il suo nome, giunto all’orecchio di David Bowie, comparve sul biglietto d’invito per il tour del Duca Bianco affinché i Nine Inch Nails lo accompagnassero durante la fase autunnale del suo tour in Nord America. Certo, aprire i concerti per un simile personaggio non sarebbe mai rientrato nelle aspettative del gruppo, sarebbe stato impensabile rifiutare. E fu così che l’autunno del 1995 vide i Nine Inch Nails ancora una volta in tour, questa volta in supporto a David Bowie, confrontandosi con una fetta generazionale di fan nettamente differente dalle precedenti esperienze. Lo show dei Nine Inch Nails fu rinnovato di tutto punto e focalizzò un gran finale sul duetto Reznor\Bowie sulle note di Hurt, traccia di chiusura di The Downward Spiral. Tra timore reverenziale e grande stima, tra i due nacque una fresca amicizia che sarebbe perdurata nel tempo. Ancora qualche mese di tour nordamericano per proprio conto, con il gruppo spalla degli Helmet, e finalmente il 1995 con relativo tour poté definirsi concluso. Finalmente questa benedetta pausa se la presero tutti. Anche se la parola “pausa” sembra non comparire nel vocabolario personale di Reznor.

Proprio per l’appunto, con il trionfo di Sweet Dreams e gli ulteriori consensi del pubblico lungo le tappe che Nine Inch Nails e Marilyn Manson percorsero insieme, il momento assolutamente propizio non poteva non essere colto al volo. Così i due frontman fecero ritorno a New Orleans, Louisiana, dove si trovavano i Nothing Studios, vecchia tenuta in disuso (si mormora ex-obitorio, tra le tante leggende metropolitane) situata accanto alla dimora della celebre scrittrice dark-gothic Anne Rice ora ristrutturata e trasformata in un imponente colosso che Reznor sfruttò sia come casa che come luogo di lavoro. I precedenti “Pig” Studios e la tenuta Tate furono infine demoliti, ma Reznor ne conservò in ricordo il frammento di porta d’ingresso, sul quale fu dipinta col sangue da Charles Manson la parola “pig”.

Quasi dodici mesi furono necessari a Marilyn Manson e Trent Reznor per forgiare il team adatto a produrre il futuro album dei Manson. Nel frattempo si strinse anche il loro rapporto d’amicizia ed il supporto professionale di Reznor giovò largamente al collega. L’inverno del 1996 gettò luce sulla pubblicazione del secondo album effettivo di Marilyn Manson “Antichrist Superstar”, segnando una svolta qualitativa fondamentale per il gruppo, ed inaugurando una nuova era.
I servigi che Reznor rese al gruppo sono decisamente evidenti, ascoltando il disco. I due singoli che ne furono estratti, “Tourniquet” e “The Beautiful People”, entrambi trascinanti e sbalorditivi nella loro semplice efficacia, vantano d’una cifra elevata di vendite e di permanenza nelle classifiche “alternative”.

Più tardi nello stesso anno, Reznor fu chiamato all’appello ancora una volta da un regista per sfoderare le sue arti magiche su una colonna sonora: si trattò stavolta di David Lynch, ed il film in questione è “Lost Highway” (Strade Perdute). Al consenso di Reznor seguì l’eclettica e capace di vita autonoma raccolta di musiche, che incluse il nuovo amico David Bowie, Angelo Badalamenti (già stretto collaboratore del regista per le storiche serie del telefilm di Twin Peaks), gli Smashing Pumpkins, i crucchi Rammstein ed altri ancora. Ovviamente si fecero spazio anche i Nine Inch Nails beneficiando la soundtrack di tre brani. “The Perfect Drug”, la predominante delle tre, divenne perentoriamente halo (11) e tale disco fu rilasciato sul mercato in due versioni: una lunga 5 brani e più precisamente 5 remix del brano (da parte di eminenti icone dell’elettronica quali Meat Beat Manifesto, Orb, Space Time Continuum, Plug e NIN stessi) escludendo la traccia originale, ed una seconda identica ma comprendente (più logicamente) il brano originale. Questa seconda versione è praticamente irreperibile, ed apparentemente distribuita come promo per club; da noi è stata commercializzata solo la prima. Per la mitica “The Perfect Drug” Reznor contattò il fidato Mark Romanek, già alla regia del video di “Closer”, e ne venne realizzato il videoclip relativo, in cui figura un Reznor gothic e maudit avvolto da atmosfere oscure tra Shining, Decadentismo e Re Artù. Oltre a “The Perfect Drug” sulla colonna sonora comparvero i brani “Videodrones; Questions” e “Driver Down”, entrambe affiliate al nome di Trent Reznor singolo piuttosto che al nome dei Nine Inch Nails, perché in effetti le compose e registrò per conto proprio. Questa fu la prima volta che Reznor pubblicò del materiale sotto il suo specifico nome, nonostante sia ben noto il mantra “Nine Inch Nails is Trent Reznor”.

Marilyn Manson, in quel momento sulla cresta dell’onda grazie largamente alla spinta propulsiva di Reznor, deliziò la soundtrack con due canzoni: una cover della celebre “I Put A Spell On You” di Jay Hawkins ed una traccia inedita, “Apple Of Sodom”. Marilyn Manson stesso ed il suo bassista Twiggy Ramirez compaiono nel film di Strade Perdute (dopo la seconda metà della pellicola) in un breve cammeo come pornoattori. In quest’occasione germoglia uno dei primi indizi per la futura incrinatura dell’amicizia tra Reznor e Manson: il secondo avrebbe invero dichiaratamente voluto produrre lui il disco, mentre da come stavano le cose Lynch sembrava essere orientato sin dall’inizio (e deciso del conservare la sua posizione) verso Reznor, cosa che Manson non parve accettare placidamente. Dopo quest’episodio i Marilyn Manson partirono per un tour mondiale in supporto al neonato Antichrist Superstar, e si sarebbero successivamente diretti a Hollywood come la frattura fra i due frontman crebbe.

Reznor perseverò con il suo regime stacanovista, ed ancora una volta finì per addentrarsi in territorio inesplorato, quando gli fu proposta la realizzazione della colonna sonora per un videogioco. Trascorse mesi in isolamento scrivendo le inquietanti musiche d’atmosfera destinate a Quake, il sequel del gioco di culto a livello planetario Doom. “Farei cose come questa principalmente per hobby; apprezzo la tecnologia, ed è piacevole lavorare al di fuori dei Nine Inch Nails una volta ogni tanto. Lavorare su Quake fu un piacere perché non volevano una normale e sciocca musica hard rock ad accompagnare il percorso del gioco,” spiega Reznor, “è tutto concentrato sull’atmosfera nel particolare”. Il creatore di Quake, John Carmack, fu tanto soddisfatto del lavoro di Reznor che inserì il logo dei NIN nel videogioco stesso, stampato sulle casse di munizioni, come omaggio.

Nel 1997 Trent Reznor tornò al fianco di David Bowie, stavolta per remixare il singolo di Bowie “I’m Afraid Of Americans” tratto dall’album “Earthling”. Per il remix, accanto a Reznor lavorarono i fidati Charlie Clouser, Keith Hillebrandt, Dave “Rave” Ogilvie e Danny Lohner, ma anche Ice Cube, che prestò la sua voce per una delle versioni di remix. Reznor compare altresì nel videoclip di “I’m Afraid Of Americans” interpretando il ruolo dell’antagonista armato di sguardo torvo e giacca militare che tampina furtivamente David Bowie attraverso le strade di una città.

Conclusasi anche questa parentesi, in un attimo di tregua Reznor cominciò a macchinare la preparazione di un nuovo album per i Nine Inch Nails, il terzo effettivo. Tuttavia, questo misticismo fu presto troncato dall’appello di un musicista malfamato che ne richiedeva i servigi: trattasi di Rob Halford, primo storico cantante (o sarebbe meglio dire urlatore) dei giganti del metal anni ’80 Judas Priest, che capitava in quel di New Orleans con un gruppo di amici per il Mardi Gras, un Carnevale molto più sentito e festeggiato (soprattutto a New Orleans) che va dal 6 gennaio al martedì grasso e termina 46 giorni prima di Pasqua con il Mardi Gras Day. Correva l’anno 1997. Si racconta che quando ad Halford fu indicata la porta di Reznor egli ci si piantò davanti, e ne approfittò per sporgere un suo demo a Reznor, chiedendogli di prestargli orecchio. Mesi dopo, Reznor contattò Halford offrendosi di dedicarsi sia alla produzione che alla pubblicazione del disco sotto la sua etichetta Nothing. Entusiasta, Halford racconta che quella volta che Reznor gli telefonò gli confessò che il sentire tale demo fu una piccola illuminazione, e di questo Halford fu onorato.
La nuova band di Halford prese il semplice nome di Two, ed il disco stillato dal demo fu pubblicato l’anno seguente, nel 1998, con il titolo “Voyeurs”. Mentre l’album non rastrellò né molta considerazione o approvazione dalla critica né tutto quel successo commerciale, molte persone lo acclamano giusto per la presenza di Reznor, per il fatto che rappresenta un’ulteriore prova delle sue capacità anche di produttore. C’è da precisare che comunque nel processo di produzione e mixaggio, Reznor si avvalse della preziosa collaborazione di Dave Ogilvie (futuro fondatore dei Jakalope, che nel 2004 pubblicano “In Dreams”, tanto per fargli un po’ di pubblicità).

Tra una produzione e l’altra, un bel giorno tutte queste distrazioni dai Nine Inch Nails lo convinsero a riprendere la retta via che conduceva agi Nothing Studios per concentrarsi sul suo gruppo. Effettivamente, a parte quelle due o tre canzoni che i Nine Inch Nails composero per le colonne sonore, dall’uscita di The Downward Spiral erano già quattro anni che non del nuovo materiale non vedesse la luce. Il delicato processo di applicazione di quanto aveva imparato finora richiese una progressione compositiva dai tempi piuttosto lunghi e lenti, il ché alimentava di mese in mese l’impazienza dei fan. Dalla gestazione in studio, che richiese ancora un paio d’anni, nacque uno splendido doppio album. La famelica astinenza dei fan dei Nine Inch Nails poté dirsi dunque abbondantemente appagata.

Parte quarta – L’evoluzione ed il coronato perfezionista

In seguito all’enorme successo di The Downward Spiral , dei successivi concerti, delle copiose interviste e di tutte le produzioni parallele in cui Reznor venne coinvolto, la posizione in cui Reznor finì per trovarsi fu piuttosto singolare e critica. Egli non nasconde il risentimento di descrivere il periodo del Self Destruction Tour come “una cosa tronfia e stupida che era diventata parodia di se stessa”; Reznor stava diventando esattamente ciò che non avrebbe mai voluto diventare e che aveva sempre combattuto: “l’ennesima ritardata rockstar”. La visione delle registrazioni dei concerti e dei momenti nel backstage della sua band gli fece pensare di essere diventato uno schifo, specialmente come persona, nei confronti di se stessi, nei vecchi amici e di quelli nuovi. “Non funzionava”, racconta Reznor, “potevo fingere perfettamente di rientrare in quel ruolo di buffonerie e non-sensi ad ogni concerto, ma quando restavo solo sentivo di toccare il fondo. Stavo perdendo gli amici… mia nonna, la donna che mi crebbe, venne a mancare, ogni cosa andava perdendo importanza…l’ultimo dei miei pensieri era proprio comporre un altro album”. Bisognava trovare una soluzione per superare questo momento ed andare avanti.

Nel 1997, quando Trent Reznor iniziò a lavorare sul terzo album dei Nine Inch Nails “The Fragile”, perse sua nonna, la donna che lo crebbe. Aveva recentemente prodotto tre album di Marilyn Manson, guidando personalmente l’iperdiscussa rockstar verso la fama e verso la vetta delle classifiche discografiche, per poi venir ripagato con gelosia ed invidia. Reznor finì per ritrovarsi solo, senza familiari o amici che gli stessero accanto, e vergognoso di cos’era diventato. Dunque la gestazione di The Fragile non fu affatto facile: “non volevo proprio sedermi di fronte ad un blocco di fogli e scoprire cosa nascondevo, cosa venisse fuori alzando il coperchio del calderone”, racconta.

Dopo aver consultato qualche amico e varie conoscenze, incluso il produttore Rick Rubin, Reznor decise di abbandonare temporaneamente New Orleans per trasferirsi in un’accogliente casa a Big Sur, California, uno dei luoghi più belli d’America, per le sue coste mozzafiato e vedute maestose. Grazie infatti alla qualità magica di questi spettacoli della natura, Reznor sanò parte della sua depressione e spezzò il suo blocco compositivo. “E’ stato terribile,” racconta Reznor, “ho rasentato la follia pura e mi sono quasi annientato, seduto al piano e provando a scrivere come Tom Petty. Lo reputo un grande uomo. Quando faccio così mi rendo conto però che vengono fuori cose che suonano come “The Stranger” di Billy Joel”. I diversi mesi passati a Big Sur da solo con il suo pianoforte si rivelarono tuttavia infruttuosi per il tormentato musicista, anche se non del tutto. E’ il caso di “La Mer”, splendida canzone destinata a comparire sul primo disco (Left) di “The Fragile”, per la quale Reznor serba ricordi intensi, come l’aver pensato, seduto al suo pianoforte “Come ho potuto dimenticarmi che è proprio questo che mi porta gioia? Come diavolo sono finito in questo casino? Come cazzo ha potuto perdersi tutto quanto in questo casino? Come ho potuto permettere che succedesse? Non è per le interviste, non è per i dannati concerti, non è per i pass ai backstage né per il conto in banca che faccio questo…tutta questa merda non conta. Ho scelto di fare questo perché amo la musica.”
Al contrario di molti altri musicisti, che non riescono a tener testa ai loro demoni più intimi ed estranei alla musica si lasciano fagocitare da essi, Reznor li avrebbe vinti “semplicemente” facendo musica, come un vero compositore.

Numerosi storici e celebri musicisti aiutarono Reznor a superare il suo blocco compositiva, sostenendolo nel panico da cui era afflitto. Uno di questi fu David Bowie, che gli offrì la sua amicizia sin da prima che cadesse in tale crisi ai tempi del tour che realizzarono in parallelo. “Abbiamo intrattenuto lunghi discorsi quando eravamo in tour assieme. Una volta mi disse “Prova a scrivere in terza persona, ti aiuterai ad uscir fuori dal buco per il quale sono passato pure io”. Oltre ai problemi personali che Reznor andava scoprendo d’avere, si aggiungevano anche quelli relativi alla band: grande come si stava facendo il nome del gruppo, proporzionalmente aumentava il pericolo che esso si spezzasse, sbagliando i calcoli e perdendo i fan. “Potrebbe capitare la stessa cosa a me come è successa coi Jesus & Mary Chain da parte mia, pensavo, perchè li seguivo quando non erano molto famosi, però poi quando lo sono diventati non mi interessavano più. Così mi sono chiesto se non fosse il caso di cambiare musica, plasmarla e renderla meno accessibile, o se dovevo solo seguire cosa sentivo sincero da parte mia”, racconta Reznor. Fu alla fine nientemeno che Bono degli U2 a dargli il saggio e prezioso consiglio: “Si fotta quella gente. Non pensare mai che quello che fai debba essere elitario, per una cerchia limitata di persone”.

Nel momento in cui Reznor ammise di essere emozionalmente compromesso decise di fare qualcosa in termini concreti: si sottopose a qualche seduta psichiatrica , ma si rivelarono molto presto un fallimento. Provò allora con la terapia farmacologia, prendendo dell’ Effexor e del Paxil, ma scoprì che il connubio antidepressivi-Nine Inch Nails non era proprio l’ideale. “Ero in uno stato di positività anormale tutto il tempo,” afferma Reznor. “Per ogni cosa dicevo “è tutto ok, va bene tutto”, parte di ciò che guida la mia personalità fu rimossa”.

Nell’autunno del 1997, Reznor stabilì che il metodo migliore per combattere la sua depressione fosse gettarsi a capofitto della composizione di The Fragile. Una volta ritornato a New Orleans, in compagnia di Alan Moulder trascorse in esilio dal mondo quasi due anni, ben occultato nei Nothing Studios. Le uniche occasioni che lo portavano alla luce del sole erano per l’acquisto di qualche strumento o per poc’altro, e questa quarantena fu vissuta senza nostalgia di cosa lo aspettasse nel mondo reale. Solo con l’alienazione dal mondo, ostacolo e distrazione al suo processo creativo, poté concentrarsi solo sulla musica riuscendo a strappare via dalla sua testa ciò che tradusse in suoni “decadenti e stantii” registrati sul nastro. “Abbiamo sperimentato combinazioni che in passato non avremmo mai azzardato”, racconta Reznor delle lunghe ore trascorse negli Studios. “Per esempio, anziché assemblare una tonante colonna sonora da film (che è ciò che rappresenta piuttosto The Downward Spiral), si cercava un punto ideale e originale e lo ci si lavorava; anziché campionare un violoncello, ci dicevamo “prendiamone uno in prestito direttamente dalla strada e vediamo cosa succede se ci montiamo le corde sbagliate. Wow, lavoriamo su questo suono!”, avevamo sia il tempo che lo spazio a nostro favore per lavorare su materiale simile.”

Come Moulder e Reznor si avvicinarono al completamento dell’album, si trovarono con più d’una quarantina di brani il cui sound, frutto dell’esilio dal mondo, non rispecchiava decisamente i gusti correnti del pubblico. “The Fragile” non era paragonabile a niente di prodotto a quei tempi. Per di più, sia Moulder che Reznor temevano che un così lungo e marcato bando dal mondo per le sessioni di registrazione gli avesse fatto perdere oggettività. “…La Mer era una delle nostre preferite, ed avrebbe dovuto essere la prima canzone del primo disco (di due). Poi cominciammo coi “Nah, faccio che sia la prima traccia del secondo disco”, “Nah, facciamo che diventi il primo singolo!”, “No, aspetta!, chiamiamo l’album La Mer!” e quella canzone l’adori, l’ hai curata con grande amore, e finisci per non essere più obiettivo abbastanza da sapere quale sia il suo posto, dove dovrebbe collocarsi”, affermò Reznor.

Al termine delle sessioni di The Fragile, il duo contattò Bob Ezrin, lo storico produttore di The Wall dei Pink Floyd, il quale accettò di trascorrere una settimana a New Orleans e sparì nei meandri dei Nothing Studios, dai quali riemerse dopo tre giorni con risme di appunti da mostrare a Reznor: spiegava dove fossero i punti deboli dell’album, i picchi, e delineava in generale che tipo di album fosse. Non senza eccitazione, Reznor ascoltò per la prima volta ciò che Ezrin aveva appena assemblato, la compilation candidata ad essere l’album definitivo, e lo trovò “terribile!, fino alla metà del primo disco mi sono annoiato, sono persino riuscito a distrarmi, guardavo fuori dalla finestra”; si trattava dunque di farlo sapere ad Ezrin e ristrutturare l’ordine delle tracce. Come se ciò non bastasse, Reznor cominciò a dubitare di se stesso, se quegli ultimi due anni di isolamento fossero stati inutili. Ezrin riprese in mano il lavoro e, l’ultimo giorno della sua permanenza, fece trovare di buon’ora sulla scrivania di Reznor due nuovi dischi. Di quel mattino, Reznor ricorda: “Non ero particolarmente di cattivo umore, ma di certo buon umore non ero. Non ero molto ottimista su cosa stavo per sentire. Così mi sono seduto e ho messo il disco. Non avevo la lista delle canzoni, non sapevo che brano sarebbe venuto prima o dopo. Tempo di arrivare a metà del primo disco che mi fece sussultare, e cominciai a piangere. Pensai “Se finisce adesso, è perfetto”. Poi ho immediatamente messo su il secondo disco pensando “Beh, questo qui non può esser valido, perché tutte le mie canzoni preferite sono sul primo disco, cosa resterebbe?”, ma quando terminò ero sbalordito… non potevo crederci, avevo la pelle d’oca!”. All’ultimo minuto Reznor contattò Ezrin per dirgli che ce l’aveva fatta, ed Ezrin dalla sua grande poltrona in pelle rispose semplicemente “Lo so”. E Reznor: “Ma perché diavolo hai voluto aspettare fino all’ultimo giorno, gran figo?”, gettandogli le braccia al collo.

Nell’autunno del 1999, l’ halo quattordici The Fragile debuttò al numero uno delle classifiche di Billboard con 250.000 copie vendute nella prima settimana, prima di scendere velocemente giù dalla classifica. Accompagnato dal primo singolo estratto “We’re In This Together”, il doppio album riscosse largo consenso sia dalla critica che dal pubblico, ma non arrivò a soddisfare le aspettative di vendita predeterminate né raggiunse i livelli di successo di The Downward Spiral. Le motivazioni sono diverse, inclusa la lunghezza di The Fragile, o i singoli non molto radiofonici “Into The Void” e “Starfuckers, Inc.” (trasformato per le radio in “Starsuckers, Inc.”), per non parlare del sound generale, non esattamente conforme ai gusti del mercato discografico dell’epoca. In ogni caso The Fragile fu acclamato come opera magna ed il faccione torvo di Reznor si conquistò la copertina di riviste come Rolling Stone ed Raygun, mentre Spin Magazine votò The Fragile addirittura come album dell’anno.

Il passo successivo era, logicamente, il tour. Al capezzale di Reznor furono riuniti: il tastierista Charlie Clouser ed il bassista Danny Lohner, già nei Nine Inch Nails in precedenti avventure; il chitarrista Robin Finck, direttamente dai Guns N’ Roses che avrebbero dovuto dare alla luce l’album più famoso della storia pur non essendo mai stato pubblicato (Chinese Democracy), ed infine il semi-sconosciuto batterista Jerome Dillon, in sostituzione di Chris Vrenna che lasciò i Nine Inch Nails per dedicarsi a tempo pieno al suo progetto proprio, i Tweaker. Dopo quattro anni lontano dal palcoscenico, Reznor pianificò diversi concerti “di riscaldamento” toccando posti come New Orleans, New York City e le isole Bahamas oltre che la celebre performance ai Grammy Awards. Aggiungendo qualche concertino privato o riservato ad un pugno di fan, i Nine Inch Nails tornarono in forma e pronti ad assaltare il mondo con il materiale nuovo di zecca.

Il tour mondiale toccò i due emisferi: quello orientale fu battezzato Fragility v1.0 e quello occidentale (logicamente) Fragility v2.0. Tale tour fu eletto come uno dei migliori dell’anno, se non il migliore dal mensile Rolling Stone. Il Fragility Tour fu la prova concreta dell’evoluzione più matura dei Nine Inch Nails, e si prospettò molto interessante anche dal punto di vista scenico: tre enormi schermi LCD scendevano dall’alto e proiettavano immagini semplici e distorte seguendo vecchi cavalli di battaglia da “Head Like A Hole” a “Wish” tanto quanto le novelle “Starfuckers, Inc.” e “Somewhat Damaged”, fino a momenti più pacati (per così dire) con “La Mer”, “The Great Below”e “The Frail”, plasmando atmosfere suggestive in grado di toccare tutta la scala di emozioni.

Da The Fragile furono estratti più singoli e realizzati video, ma solo uno di essi divenne un Halo ufficiale. Conosciamo un videoclip di “We’re In This Together” (l’ Halo fifteen, scisso in tre versioni: una verde, una rossa ed una gialla), “Starsuckers, Inc.” (ovvero la versione più soft di “Starfuckers, Inc.”, ripulita da qualche fuck e con una strofa leggermente diversa), “The Day The World Went Away” (una delle perle da scovare nel futuro doppio DVD live di “And All That Could Have Been”, il cui singolo ed altro Halo è stato pubblicato con tre copertine floreali diverse ma con eguale contenuto), ed infine “Into The Void”, celebre per la essere stata poi inclusa nella colonna sonora del film Final Destination.
Una delle versioni di We’re In This Together, quella verde, porta come b-sides due canzoni che originariamente facevano parte di The Fragile ma che poi sono state (purtroppo) escluse dalla tracklist del doppio cd: trattasi di “10 Miles High” e “The New Flesh”. La versione in vinile di The Fragile (ben 3 dischi) è appetibile soprattutto perché include queste due tracce alle loro postazioni originarie. Comunque, “10 Miles High” è stata successivamente inclusa in Things Falling Apart, canonico album di remix di The Fragile che vedrà la luce nel novembre del 2000.

“Things Falling Apart”, album di remix cui abbiamo appena accennato, rappresenta l’ Halo Sixteen e per la sua realizzazione Reznor si avvalse della collaborazione di sapienti amici di vecchia data, come Keith Hillebrandt e Dave Ogilvie, oltre che del contributo di suoi attuali compagni quali Charlie Clouser e Danny Lohner. Tra gli altri è da ricordare anche il giovane gruppo dei Telefon Tel Aviv, reduce del successo dell’ultimo album “Map Of What Is Effortless”, uscito nel 2004. Alle rivisitazioni dell’album si affianca un’inattesa cover di Gary Numan, “Metal”.

Parallelamente all’uscita di The Fragile, Reznor pensò di darsi alle incursioni su internet: venne inaugurato il sito ufficiale della band, http://www.nin.com, e prima che la Nothing Records venisse chiusa (per questioni legali dopo il licenziamento del manager nonché ex-amico di Reznor, John Malm, che pare abbia rubato al partner svariati milioni di dollari) anch’essa godeva di un documentato sito, http://www.nothingrecords.com . Nacquero numerosi fan-sites e siti che offrivano merchandising dei Nine Inch Nails, oltre che siti affiliati ad un album specifico, com’è il caso di http://www.andallthatcouldhavebeen.com e http://www.thingsfallingapart.com (che purtroppo non esiste più). I siti su cui metteva mano Reznor diventarono una specie di caccia alla volpe, attraverso cui i fan si divertivano a scoprire le chicche nascoste come immagini o fili scaricabili. Parte del materiale audiovisivo fu infatti riservato solo all’esclusiva della rete, il che aumentò il potere monopolizzante di tale risorsa: teaser, remix, frammenti dal vivo, rehearsal, web-cam, aggiornamenti e notizie, insomma ce n’è per tutti i gusti.

Sulla scia del Fragility Tour, Reznor preparò la prima pubblicazione di materiale dal vivo dei Nine Inch Nails, già macchinata durante le date tour e avviata a piccoli passi con gli incarichi che Reznor affidò alla troupe in supporto al gruppo e a qualche fan, fornendogli piccole telecamere per raccogliere più scene possibili sia sul palco che nel backstage (in aggiunta alle mastodontiche canoniche telecamere di scena) al fine di cogliere più punti di vista possibili di tale esperienza. Sicché, una volta tornato a New Orleans, tutto il materiale registrato su nastro venne elaborato dai Machintosh dei Nothing Studios, e ne nacquero un album normale su compact disc, una seconda versione Deluxe con in aggiunta un mini album chiamato “Still” (vera perla a sé stante in cui convivono sessioni acustiche di brani preesistenti come “The Becoming”, “The Fragile” e “Something I Can Never Have”, e materiale inedito come “The Persistence Of Loss”, “And All That Could Have Been” e “Adrift And At Peace”), ed una terza versione in doppio DVD ai cui brani sono accompagnate le relative immagini dello show onstage.L’ halo 17 fu battezzato “And All That Could Have Been” e, dopo vari rinvii, la sua pubblicazione arrivò all’inizio del 2002. Il doppio DVD si rivelò assai appetibile grazie anche alle perle nascoste in esso, come il video di “The Day The World Went Away”, una versione di “The Beautiful People” di Marilyn Manson che il Reverendo cantò coi Nine Inch Nails al Madison Square Garden di NYC, i promo di “The Fragile” e “Things Falling Apart”, una versione di “Reptile” dal vivo ed altre cose interessanti, il tutto arricchito da una vasta galleria di immagini. “And All That Could Have Been” sembra aver colto l’essenza dei Nine Inch Nails dal vivo, costituendone un punto di forza e rappresentandone innegabilmente uno dei gruppi più coinvolgenti ed interessanti da questo punto di vista.

Per quanto riguarda la nascita di “Still”, durante la fase nordamericana del Fragility Tour Reznor fece tappa a Chicago e attuò con il suo gruppo un piccolo unplugged per una radio locale. Gran parte di quelle CRC Sessions videro la luce attraverso questo “Still” e non furono pubblicate come indipendenti, soprattutto in motivazione dei ritocchi che subirono una volta concluso il tour. “Still” rappresenta un episodio a sé stante della carriera dei Nine Inch Nails per la sua originalità e per la sua diretta semplicità: il connubio acustico di voce, pianoforte e chitarra omaggia le emozioni dirette, ed il materiale inedito cui viene affiancato (quasi tutti brani strumentali atmosferici) sigilla il tutto con il giusto bilanciamento.

Parte quinta – Verso l’Anno Zero

Fino all’estate del 2004, dei Nine Inch Nails non si seppe più niente. Il sito ufficiale venne “chiuso”, e per un breve periodo autunnale del 2003 comparì solo la homepage con frammenti letterari tratti dal romanzo “The Lathe Oh Heaven” di Ursula K. Le Guin, dal quale pare che Reznor abbia tratto ispirazione per la composizione del futuro Halo 19, ma bisognò attendere appunto la fine dell’estate 2004 per scoprire nin.com completamente rinnovato, in linea grafica con il prossimo disco “With Teeth”.

In questi anni di silenzio si è speculato inoltre parecchio a proposito di un side-project parallelo ai Nine Inch Nails che Reznor mise in piedi con il supporto di Maynard James Keenan (cantante sia nei Tool che negli A Perfect Circle), Zack De La Rocha (il primo storico cantante dei Rage Against The Machine), Phil Anselmo (icona dei Pantera), Atticus Ross (dei 12 Rounds, gruppo sotto la Nothing Records) ed il compagno Danny Lohner. Purtroppo, nessun disco sotto il nome Tapeworm vedrà mai la luce, ed il gruppo ebbe vita molto breve. L’unico assaggio del loro lavoro c’è stato dato con un azzardo di Maynard James Keenan, il quale eseguì una versione della canzone “Vacant” ancora in fase lavorazione durante uno show con gli A Perfect Circle, che Reznor non gradì molto soprattutto perché si trattava di materiale grezzo.

Durante la lavorazione del nuovo album Reznor si dedicò anche alla ristampa di The Downward Spiral (in occasione del decimo anniversario) rimasterizzato in 5.1 Dolby Surround come SuperAudio CD, la cui versione Deluxe prevede un secondo disco nel quale sono raccolti b-sides, demo e rarità, oltre che i due brani composti per le colonne sonore alias “Burn” e “Dead Souls”, e in versione DVD Audio contornata dai videoclip tratti da The Downward Spiral (maggiori informazioni e dettagli si possono trovare sul sito parallelo a nin.com dedicato all’evento, http://tds.nin.com).

Un altro progetto in cantiere era la riedizione in doppio DVD del video del 1997 Closure, che avrebbe dovuto contenere molte immagini inedite rispetto alla versione originale, la cui uscita è stata però bloccata a causa di questioni legali non ben definite; l’impossibilità di portare a termine questo progetto costrinse Reznor a rinunciare alla riedizione ufficiale del box che venne invece diffuso su internet “sotto mentite spoglie” attraverso i circuiti di file sharing.

Con i riflettori nuovamente puntati su di lui, Trent rilasciò diverse interviste in cui parlò a lungo del lungo periodo di silenzio della band: si venne quindi a sapere che durante questi anni, Reznor aveva duramente combattuto contro la sua dipendenza da alcol e soprattutto droghe, riuscendo finalmente ad uscirne.

Il nuovo disco, alle cui sedute di registrazione partecipò anche Dave Grohl in qualità di ospite d’onore, era composto essenzialmente da canzoni: inizialmente Reznor aveva ancora una volta pensato ad un concept, ma poi si accorse che le canzoni assumevano un significato restando indipendenti l’una dalle altre. Le melodie orecchiabili di With teeth nascondevano un nuovo Reznor, che non cercava più di reagire attraverso la rabbia e le esplosioni di flussi di coscienza, ma che accettava rassegnato e distaccato ciò che lo circondava. Un Reznor in pace con se stesso, ma non con il mondo intorno a lui. Un Reznor che affrontava brutalmente e con più onestà possibile il nuovo se stesso, più umile ma anche più forte e che veniva finalmente a patti con la sua dipendenza. Il disco non fu un vero successo di critica, e molte aspettative furono deluse. Reznor stesso in alcune successive interviste ammise di non considerare With Teeth uno dei suoi capolavori, soprattutto a causa di una forte insicurezza che lo accompagnò durante la stesura dell’ album, scaturita dai dubbi che lo assillavano dopo il lungo periodo di inattività e soprattutto dopo essere uscito dal tunnel della droga; uscito dalla riabilitazione Reznor affermò di non sapere più esattamente chi fosse e cosa davvero volesse: per questo si prese un periodo di pausa nel quale riscoprì il suo rinnovato amore per la musica, che fu anche un rimedio e modo per scrivere di quello che aveva passato. Nonostante ciò ammise che la scrittura di canzoni concise, dalle melodie talmente accattivanti da essere avvicinate al pop in alcuni casi, fu sicuramente una sfida per lui, soprattutto dopo un album come The Fragile, e non fu certo uno stratagemma voluto e usato per catturare il pubblico, ma solo ciò che lui stesso si sentiva di fare in quel momento particolare della sua vita.

Il tour promozionale per With teeth, vide i Nine Inch Nails in una nuova prorompente formazione: Jeordie White (anche conosciuto come Twiggy Ramirez, ex bassista di Marilyn Manson) al basso, Aaron North alle chitarre, Josh Freese alla batteria (in sostituzione di Jerome Dillon che dovette abbandonare dopo poche date per motivi di salute) e l’italiano Alessandro Cortini alle tastiere. Tutti i componenti del vecchio caro esercito furono licenziati: Lohner si dedicò a tempo pieno alle collaborazioni con gli A Perfect Circle ed alla produzione della colonna sonora del film “Underworld”, Charlie Clouser ha da poco dato il suo largo contributo per la colonna sonora della serie di film “Saw – L’enigmista”, mentre Robin Finck pare tornato nei Guns N’Roses.

Durante il tour Reznor incontrò Saul Williams, un artista hip hop emergente che lo colpì moltissimo per il suo modo originale e diverso di fare musica, con il quale iniziò una promettente collaborazione che finì nella produzione di un album, The inevitabile Rise and Fall of NiggyTardust, uscito di recente via internet.

Nel corso del 2005 Reznor si vide inoltre impegnato in numerosi concerti di beneficenza organizzati per raccogliere fondi per risollevare il tragico stato di numerose città americane, tra cui anche la sua amata New Orleans, colpite dall’uragano Katrina. Reznor affermò poi di essere rimasto molto amareggiato dall’atteggiamento negativo del governo americano che non si era, secondo lui, saputo organizzare per gestire al meglio i soccorsi e gli aiuti dopo la tragedia. Proprio in quell’occasione iniziò quindi a maturare sensazioni molto forti riguardanti il suo pensiero politico: rabbia, frustrazione, vergogna di essere americano per via dell’arroganza del governo Bush. Questi sentimenti negativi si trasformarono presto in appunti che Reznor scriveva durante le trasferte da una città all’ altra nel corso del tour di With teeth, appunti che si sarebbero presto trasformati in veri e propri testi per il nuovo album dei Nine Inch Nails, Year Zero.

Per tutto il 2006 l’attività live del gruppo rimase frenetica: i concerti durarono fino all’autunno inoltrato in tutto il mondo, fatto che venne ampiamente documentato nel nuovo dvd dal vivo della band, Beside You In Time, uscito nella primavera del 2007. Anche il lavoro in studio era nel frattempo ripreso e, negli ultimi mesi del 2006, tutte le idee raccolte nei mesi trascorsi in tour diedero forma al nuovo album in breve tempo, al punto da permettere alla band di tornare sui palchi europei già all’inizio del 2007. Nella data del tour Europeo di Lisbona, nel febbraio 2007 venne trovato il primo di una serie di indizi che avrebbero condotto milioni di fans sulla rete per scoprire l’Arg (Alternate Reality Game, forma narrativa interattiva che usa la vita quotidiana come piattaforma di gioco aggiungendo significati, profondità e interazione al mondo reale) collegato a Year Zero che vide la luce pochi mesi più tardi dello stesso anno. Con questo ultimo album, il più diretto e politico, Reznor mostrò rinnovate ambizioni ed ispirazioni in un arte a metà tra i suoni apocalittici e la sua personalità introversa: più imponente è il suono, più fragile l’ego e viceversa. Nell’ album venne creato uno dei personaggi più influenti all’ alba del nuovo secolo e lontano anni luce dal Signor Autodistruzione di The Downward Spiral: l’uomo qualunque, che, alienato dalla società, le rispondeva con acri invettive e adrenalina pura, con urla industriali e grida disperate. In Year Zero, Reznor mostrò la sua speciale capacità di rendere altamente sofisticata la materia più rozza e brutale grazie a soluzioni sonore e melodie sempre all’avanguardia . L’introspezione e la rabbia verso se stesso erano un lontano ricordo; avendo vinto del tutto la battaglia contro le sue dipendenze e i fantasmi del passato, Reznor non rivolse più il suo sguardo scrutatore verso se stesso, ma all’esterno, ritrovando lo stesso disgusto e la stessa confusione per un mondo allo sbando, corrotto dal potere, dalle guerre e dalle catastrofi. La volontà di Reznor di scrivere di politica in modo non banale e non diretto si tramutò nel concept che divenne Year Zero: una storia futuristica e immaginaria su come sarebbe potuto essere il mondo se non si fossero risolti i problemi attuali. Al disco seguì un nuovo tour promozionale che portò nuovamente i Nine Inch Nails in tutto il mondo, anche come headliner in numerosi festival europei e affiancati da altri grandi nomi della musica internazionale, primi tra tutti i Tool.

Moltissime le aspettative attuali verso i Nine Inch Nails, primo tra tutte Y34RZ3R0R3M1X3D, il disco di remix dei brani tratti da Year Zero, che è stato pubblicato lo scorso 20 Novembre. Reznor ha inoltre da poco annunciato che con questo album si chiude il contratto discografico con la Interscope/Universal e probabilmente i Nine Inch Nails intraprenderanno nuove strade di marketing e produzione; la chiusura con la major è argomento di prioritaria importanza per Reznor che non ha mai nascosto, soprattutto ultimamente, il suo disprezzo per l’industria musicale. Sono divenuti famosi nella rete e su Youtube i suoi discorsi tra una canzone e un’ altra nell’ultimo tour, nei quali ha incitato in ogni parte del mondo orde di fans a “rubare” la sua musica, e nei quali si è spesso rivolto in termini non molto cordiali nei confronti dei discografici.
Inoltre ci sarà presto un cambio di formazione nella band: Reznor stesso ha affermato che le nuove sonorità elettroniche sperimentate in Year Zero necessitano di un cambio di direzione nella gestazione delle performance live. Al momento Trent è chiuso nel suo studioa lavorare ad un progetto non ancora svelato, circondato dai collaboratori di sempre e da qualche amico di vecchia data come il famoso chitarrista Adrian Belew, che già collaborò con lui alle registrazioni di The Downward Spiral.